Alla scoperta del Debate

di Tiziano Gorini


 

Questo è il resoconto di un esperimento didattico: l’introduzione della metodologia del Debate nel curricolo di una scuola secondaria superiore  Lo si chiama Debate perché  proviene dal  mondo  scolastico  anglosassone  ma certamente anche per concessione  alla dominante anglofilia linguistica; meglio sarebbe semplicemente parlare di “dibattito” o addirittura, per motivi che vedremo, disputatio. Tuttavia    come si comprenderà leggendo   è stato anche e soprattutto la scoperta di una straordinaria possibilità formativa che può consentire la riformulazione del curricolo di Lingua e letteratura italiana del biennio della scuola secondaria superiore, per renderlo più efficace, più interessante ma soprattutto affrancato  dalla noiosa e dispotica banalità della lezione tradizionale, purtroppo ancora  imperante nella scuola italiana.

Tutto ebbe inizio nell’estate del 2015, quando seppi che in seno ad INDIRE si era formato il Movimento delle Avanguardie Educative, con l’intento di far conoscere e diffondere le esperienze didatticamente innovative di alcune scuole italiane, per stimolare l’esodo dal tradizionale modello trasmissivo dei saperi,  scegliendo forme di apprendimento attivo, creando nuovi ambienti didattici, ristrutturando i tempi scolastici, sfruttando le opportunità offerte dagli strumenti digitali. Furono individuate dodici idee (tra cui, ad esempio, la metodologia della Flipped Classroom, l’Aula 3.0, lo Spaced Learning, ecc.) emerse dalle buone pratiche di alcune scuole, quindi fu costruita una rete che  connetteva tali scuole, tramite INDIRE ed i suoi ricercatori, alle altre che intendevano  da quelle pratiche imparare per poi poterle replicare ed eventualmente sviluppare; la connessione era consentita da una apposita piattaforma web messa a disposizione da INDIRE, dove far incontrare i docenti esperti e quelli in formazione, condividere conoscenze, presentare esperienze, discutendone  nei webinar: un lavoro on line intervallato da periodici incontri in presenza.  All’inizio, nell’autunno del 2015, la rete era dunque composta dai 22 istituti di riferimento e dai 185 istituti che avevano aderito al Movimento; tra questi il mio, che  avevo fatto iscrivere ripromettendomi di studiare le varie proposte, valutare quali poter inserire nella mia progettazione didattica, nonché i modi per diffonderle, condividerle e realizzarle con i miei colleghi. Tra esse comunque individuai subito quella del Debate, probabilmente perché in parte corrispondeva al mio consueto modo di svolgere la lezione in aula ma anche perché era forse temerario eppure affascinante immaginare di trasformare quell’aula in un simposio.

Ma  mentre iniziava la mia attività di formazione nel Movimento accadde, quasi fosse stata all’opera una sorta di provvidenzialità pedagogica, una singolare coincidenza: una ulteriore e più cogente opportunità formativa che si affiancava ed integrava con quella delle Avanguardie Educative.  Infatti in quell’anno scolastico 2015-16 la Regione Toscana finanziò un progetto di formazione inerente la Didattica Laboratoriale, progettato e gestito da INDIRE, dedicato alle scuole – come la mia facenti parte dei Poli Tecnici Professionali della Toscana. I Poli sono reti costituite da soggetti pubblici e privati che comprendono istituti tecnici e professionali, imprese, agenzie formative e Istituti Tecnici Superiori, che hanno lo scopo, attraverso l’integrazione di risorse umane, esperienze produttive e disponibilità finanziarie, di offrire una formazione professionale migliore e corrispondente alle esigenze imprenditoriali del territorio. Di fatto era la riproposta di alcune tra le dodici idee del Movimento per stimolare la progettualità didattica basata appunto sulla metodologia laboratoriale,  ma da apprendere e sviluppare in un contesto reale, con docenti assistiti da esperti ed impegnati a sperimentare con i propri studenti, confrontando le proprie esperienze nei forum dedicati di INDIRE e nei periodici seminari residenziali ospitati dagli Istituti dei Poli nelle rispettive città. Ogni docente poteva quindi  scegliere di frequentare il corso inerente l’idea educativa che lo interessava; io scelsi il Debate e la Flipped Classroom (ma questa è un’altra storia, la storia di un istruttivo fallimento…).

Dopo di che la Regione Toscana  decise di ripetere la formazione anche nell’anno scolastico successivo, il 2016-17 (e ancora, nel 2018, sta procedendo), per cui INDIRE – chissà, forse perché volle premiare il mio impegno o perché non c’erano altri docenti disponibili, per cui dovevano accontentarsi   mi propose di svolgere il ruolo di tutor del gruppo di lavoro composto dai docenti che sceglievano la formazione sul Debate nell’ambito della lingua e della comunicazione in lingua italiana, col compito specifico di presentare questa metodologia ai corsisti nonché  di seguirne l’attività formativa e didattica.  In questo ruolo ho dunque avuto l’opportunità di incontrare altri docenti con cui sviluppare questa metodologia, condividendo con loro esperienze, problemi, proposte.

Dunque: il Debate è un tipo di didattica laboratoriale piuttosto semplice da attuare ma ricca di potenzialità didattiche, in quanto consente di sviluppare competenze comunicative, linguistiche, logiche, relazionali ed etiche. Come ho già scritto proviene dall’ambiente scolastico anglosassone, in cui è inserito nel curricolo (addirittura può diventare una competizione, con tanto di gare nazionali e internazionali); la sua fondamentale caratteristica è che allena la mente a sviluppare il pensiero critico,  espandere i personali orizzonti culturali ed intellettuali.  ampliare il patrimonio individuale delle competenze, valutare punti di vista differenti dal proprio

La metodologia consiste in un confronto dialogico e dialettico nel quale due squadre di studenti sostengono una opinione inerente  un argomento dato (che può essere scelto dall’insegnante o dalla classe, attinente al curricolo o relativo all’attualità) in cui si formano posizioni antitetiche. Perciò l’argomento prescelto dev’essere coinvolgente e divisivo, magari provocatorio. Le due squadre devono prepararsi, attraverso un lavoro di ricerca e studio, sull’argomento, in modo da essere in grado di sostenere la propria opinione e confutare quella contraria; quindi seguirà il dibattito, strutturato, ovvero non informale e libero, bensì articolato nei modi e nei tempi.

Il lavoro di ricerca e documentazione consente agli studenti di imparare a cercare e selezionare le fonti, lavorare in gruppo;  in didattichese diremmo che sviluppa il cooperative learning, il learning by doing, la peer education; siccome io quel dialetto lo conosco e l’apprezzo poco mi limiterò a dire che gli studenti imparano a far da sé, senza la guida del docente, che perciò smette di essere un docente per divenire piuttosto un tutor, una risorsa a loro disposizione

La discussione  invece consente di sviluppare competenze comunicative e linguistiche, la capacità di argomentare e controargomentare, valutando e riflettendo sugli argomenti che si dibattono, di imparare a gestire le emozioni ma soprattutto apprendono il difficile esercizio del rispetto degli altri e delle loro idee, del dialogo liberale. Corro il rischio di apparire stucchevolmente enfatico: imparano l’esercizio della democrazia.

Quindi il lavoro in aula si articola più o meno in queste fasi:

1.individuazione dell’argomento e delle discipline coinvolte
2.divisione della classe in gruppi di lavoro “pro” e “contro”
3.laboratorio di ricerca a casa e in aula : raccolta di dati e fonti a supporto delle argomentazioni assegnate
4. preparazione di argomentazioni e controargomentazioni: lavoro da svolgere a gruppi in classe
5. dibattito: esposizione delle tesi e delle prove a sostegno della validità delle argomentazioni
6. valutazione del Debate (ricerca, argomentazione ed esposizione in pubblico).

Così descritto il Debate sembrerebbe facilmente realizzabile. Ovviamente non necessita di uno spazio dedicato, lo si può svolgere in una normale aula scolastica, spostando i banchi (eliminando la stupida militaresca disposizione in file, che costringe gli alunni a contemplare per ore le spalle dei compagni) disponendoli in modo circolare, per consentire fisicamente la conversazione e il lavoro di gruppo; io ho enfaticamente aggiunto due leggii, dove appunto prendono posto gli speaker che i gruppi scelgono per rappresentare le loro opinioni, in modo da creare un’atmosfera dignitosa allo spazio del dibattito e conferirgli  una certa aura “liberale”, elementi che influiscono notevolmente sull’impegno e sulla partecipazione degli studenti.  Neanche necessita di dispositivi tecnologici o – come si usa dire ora – di aule 3.0; anche se, ovviamente, il fondamentale e preliminare lavoro di ricerca che i gruppi svolgono è notevolmente supportato e accelerato dal loro uso: col pc, il tablet e lo smartphone gli studenti accedono facilmente on line alle informazioni di cui hanno bisogno e con il cloud storage di Google Drive o DropBox possono  produrre i testi che poi diventeranno la base del dibattito ed  il canovaccio dell’intervento degli speaker.

Le difficoltà si incontrano piuttosto in ambito programmatico, poiché è necessaria la disponibilità dell’istituzione scolastica e dei docenti a mutare modi e tempi della programmazione didattica nonché il modo di svolgere la lezione e, soprattutto, a modificare ruoli e routines didattiche;  indubbiamente ci sono docenti che hanno realizzato Debate in scuole dove ciò non è accaduto, ma il principale il principale ostacolo che io ho dovuto affrontare è stata la resistenza alla sperimentazione, il timore della novità che richiede un impegno maggiore e diverso da parte di tutti gli attori dell’azione didattica. E, nel mio ruolo di tutor di un gruppo di lavoro composto da docenti di tutta la Toscana, posso testimoniare che anche loro si sono trovati nella mia stessa condizione. Tale resistenza l’ho incontrata perfino negli studenti i quali, benché entusiasti di un’attività in cui diventano protagonisti liberandoli dalla noiosa lezione frontale, poi stentavano a riconfigurarsi appunto come individui liberati e dunque autonomi, per cui se incontravano delle difficoltà tendevano inconsapevolmente a restaurare la consueta gerarchia docente-discenti; ma soprattutto bisogna  affrontare la riluttanza dei docenti, che a me si è manifestata in forma di indifferenza o finanche di avversione per richieste che parevano esorbitare dai loro compiti ed obiettivi didattici. Infatti, benché la metodologia del Debate sia essenzialmente interdisciplinare, sono stato costretto a svolgerlo da solo, senza l’ accordo né tanto meno la partecipazione dei docenti del Consiglio di Classe.

Comunque sia  il Debate è proficuamente entrato nell’attività didattica delle mie classi, sino a diventare un elemento strutturale della mia progettazione curriculare. Iniziai subito, nel 2016, parallelamente alla mia formazione, con forse troppo entusiasmo e poca preparazione, ma del resto – come recita l’adagio popolare – “chi non fa, non falla”.

Per realizzare la prima volta il Debate scelsi  una  seconda e una quarta classe.  Nella piattaforma dedicata di INDIRE erano presentate diverse esperienze realizzate da alcuni Istituti; poiché mi parve che quella più completa e strutturata fosse quella dell’Istituto Pacioli, fu a quella che soprattutto che mi riferii, anche perché erano proprio alcuni docenti di quell’Istituto che INDIRE aveva chiamato per presentarci la metodologia nei primi seminari. Così applicai quello che poi, nei miei gruppi di lavoro, definimmo scherzosamente il “Protocollo Pacioli”; tuttavia non lo applicai completamente e gli sono stato sempre infedele. Ad esempio nella progettazione del Debate il Pacioli prevede una fase preliminare di esercizi preparatori che invece io eliminai: non mi pareva che recitare scioglilingua, leggere testi privi di senso, esercitarsi nella modulazione della voce o parlare con una matita in bocca fosse importante, mentre a mio parere lo era  e  su questi comportamento ho fatto esercitare i miei studenti (ma lo ammetto: con risultati mediocri) imparare a tacere e ad ascoltare, a rispettare e  non interrompere l’interlocutore  mentre parla. Ma la mia maggiore infedeltà è che io non intendo affatto il Debate esclusivamente come un duello oratorio, bensì come una conversazione, la ricerca di una convergenza di opinioni; perché, ho spiegato ai miei studenti, riportando la riflessione di Eric Fromm di  Avere o essere?, non bisogna “avere”, cioè possedere, la ragione, bensì ricercarla insieme agli altri.

Introdussi anche, corrispondendo ad una richiesta della classe che mi parve legittima e interessante, una “giuria”, cioè  la presenza di un uditorio (di fatto un’altra classe) giudicante della validità delle argomentazioni; tuttavia questa novità non ha avuto seguito perché, anche se evidentemente la presenza di un uditorio conferisce un surplus di autorevolezza al dibattito, in effetti non ne migliora la qualità, mentre ne complica l’organizzazione.

Lasciai libere le classi si scegliere l’argomento, valutando gli argomenti che venivano proposti e ovviamente badando che fossero ben formulati e adatti ad una contrapposizione argomentativa.

La seconda scelse un  argomento di estrema attualità: l’adozione dei figli da parte di  coppie omosessuali, la quarta la legalizzazione delle droghe leggere. Le attività preliminari di brainstorming, formazione dei gruppi di opinione e di ricerca, nonché l’apprendimento e la prova dei modi del dibattere si svolsero  regolarmente pur con qualche difficoltà che esporrò più avanti; forse con tempi eccessivi perché, essendo la prima volta in cui si sperimentava questo tipo di didattica, volli  procedere con cautela, facendo molto riflettere le classi su cosa stavano facendo, su come lo facevano e sul fine da raggiungere. D’altronde credo che in questo tipo di didattica soprattutto conti il processo più del risultato.

Però… appunto, il risultato del dibattito nella  seconda fu catastrofico: il dibattito si  trasformò in rissa, soprattutto per l’atteggiamento aggressivo di uno dei due speaker, che coinvolse un po’ tutti, compreso l’uditorio, che da spettatore imparziale si trasformò in attore, partecipando alla confusione generale. Poiché mi ero ripromesso di non intervenire potei  solo assistere sconcertato alla trasformazione di un dibattito in un collettivo litigio, salvo poi rivedere con loro l’accaduto e riflettere sugli errori commessi.

Nella quarta invece il  Debate  ebbe  un buon esito: i ragazzi esposero la loro opinione pacatamente, fornendo dati e argomentazioni e replicando ai dati e alle argomentazioni dell’altro gruppo, raggiungendo infine una conclusione condivisa; solo che avrebbero voluto proseguire il dibattito, cosa che io non concessi, a malincuore, perché altri impegni scolastici incombevano.

Prima ho giustificato il mio entusiasmo con l’adagio “chi non fa non falla” e siccome di falli mi è parso d’averne commessi parecchi adesso ricorro ad un altro adagio: “sbagliando s’impara”. Infatti ho imparato dal fallimento, analizzando l’accaduto. Intanto l’età: non è certo un caso che le cose siano andate decisamente meglio nella quarta e decisamente peggio nella seconda, dove gli studenti hanno dimostrato di non possedere  adeguate competenze comportamentali né la  pacatezza riflessiva che il dibattito implica e richiede (in margine vorrei notare un elemento che a mio parere  dovrebbe essere un urgente argomento di riflessione pedagogica e politica: è un dato di fatto ormai evidente a tutti che gli alunni provenienti dalla scuola media inferiore possiedono scarse competenze comportamentali, oltre che comunicative e culturali: sono – come si dice con una brutta e troppo sintetica espressione – scarsamente scolarizzati, per cui di fatto il biennio iniziale della scuola superiore serve bene o male, più male che bene, a colmare tale deficienza); confesso che la variabile dell’età non l’avevo affatto presa in considerazione, per cui ho ampiamente compresso il mio iniziale entusiasmo e ho compreso che la capacità di svolgere un dibattito dev’essere non il prerequisito bensì l’esito di un percorso, da iniziare pazientemente nella prima classe con l’apprendimento degli elementi basilari e da sviluppare progressivamente in seguito attraverso l’apprendimento delle necessarie abilità (ad esempio quella più deficitaria di tutte: sapere ascoltare; e questo deficit lo aggiungerei a quelli precedentemente indicati: il ciclo scolastico primario e secondario insegnano, mediocremente, a leggere e a scrivere, ma non a parlare né tanto meno ad ascoltare).

Un altro elemento critico che si è manifestato è stata la difficoltà a svolgere un lavoro di gruppo: come ho scritto prima gli studenti hanno dimostrato entusiasmo e disponibilità per questa attività didattica che  – hanno detto – li ha fatti diventare protagonisti e discutere di fatti interessanti piuttosto che di letterati e letteratura (e anche questo dovrebbe essere un ulteriore  argomento di riflessione pedagogica: la maggior parte del tempo nel curricolo della materia scolastica Lingua e Letteratura italiana  è impegnato nello studio della letteratura, anzi della storia della letteratura, con un’impostazione che sostanzialmente è ancora quella desanctisiana della coincidenza tra storia della civiltà nazionale e storia letteraria: non è mai stato così, attualmente non può essere così, comunque è un insegnamento avulso dalla realtà culturale dei giovani); tuttavia stentavano a riorganizzarsi intellettualmente per affrontare la prova della autonomia della ricerca e della cooperazione, tant’è che tendevano a ristabilire nostalgicamente il ruolo di discenti invocando l’aiuto del docente.

Tuttavia ce l’ho fatta: ormai il Debate è un’attività stabile della mia didattica in aula, nell’orario delle lezioni è compresa l’ora di Debate, che gli alunni attendono sempre con impazienza.

 

Tiziano Gorini Nato a Livorno nel 1953, docente di Lingua e Letteratura Italiana nella scuole secondaria superiore; attualmente in servizio presso l’ITTL A. Cappellini di Livorno. Ho svolto e svolge attività di formatore, anche on line, di docenti. Testi in volume: O. Galliani, M. Carboni, T. Gorini, Fluire, Factotum Book, 1980; T. Gorini, Scienza, letteratura e affabulazione, in Scienza e letteratura. La disarmonia prestabilita, Livorno, 1990; T. Gorini, Lettura, letteratura e affabulazione, in Prima di essere grandi, Livorno, 1994; T. Gorini, M. Michelucci, Excursus, libro di testo di storia della Letteratura Italiana, Armando Ed., 1995.