Il Progetto Matrioske
Un’esperienza di genitorialità comunitaria

di Ilaria Iorio, Mariangela Lamagna, Claudia Riccardo, Antonella Zaccaro, Santa Parrello

 

La maternità è un’esperienza complessa e sul piano identitario e sul versante della relazione madre-bambino che necessita del sostegno dell’ambiente per mettere la madre in condizione di sostenere il suo bambino e se stessa. In contesti di emarginazione e degrado le madri spesso vivono questo ruolo in solitudine, fronteggiando ansie e difficoltà più grandi delle risorse personali. L’Associazione Maestri di Strada Onlus (MdS), impegnata in progetti educativi volti a contrastare il disagio scolastico e sociale, nell’a.s. 2015-16 ha dato avvio al Progetto Matrioske, rivolto a madri della periferia Est di Napoli, con l’obiettivo di costruire spazi territoriali di sostegno alla genitorialità consapevole, spazi di ascolto e partecipazione in cui promuovere una funzione materna autenticamente creativa ed aperta alla comunità.

È stata condotta una ricerca-azione che ha previsto una fase di intervento e una di analisi dei materiali prodotti per monitorare e ri-progettare le attività. Hanno partecipato al Progetto 40 madri (età m:37) divise in 2 gruppi condotti da psicologhe. A ciascun gruppo sono stati offerti: laboratori di Teatro e Trucco in cui fare esperienza di varie parti del Sé; uno Spazio di riflessione per pensare alle abituali configurazioni relazionali dentro e fuori la famiglia, narrando esperienze significative e avendo l’opportunità di costruire legami. A ciascun incontro sono stati presenti osservatori silenziosi che hanno redatto resoconti narrativi. Il materiale testuale è stato analizzato tramite analisi semantico-strutturale attraverso il software Alceste. Dall’analisi del corpus testuale sono emerse 4 classi con vocabolari specifici: Io, Gruppo, Corpo, Rete. I risultati mostrano come le donne partecipanti abbiano usato laboratori e gruppo per riflettere sul passato, aver cura di sé nel presente e provare a costruire reti tra donne per fronteggiare il futuro.

 

Introduzione

 

L’Associazione onlus Maestri di Strada (MdS) è un laboratorio di ricerca e sperimentazione sociale che opera nel campo dell’educazione, contrastando la dispersione scolastica e promuovendo l’inclusione sociale dei giovani (Melazzini 2011; Moreno, Parrello, Iorio 2014). Il contesto principale in cui operano i MdS è la periferia est di Napoli: Municipalità VI, quartieri San Giovanni, Barra, Ponticelli, circa 140.000 abitanti in 20 km2 di territorio sul mare, inquinato, segnato dai resti archeologici delle ere industriali. Periferia che diventa spesso ghetto e le cui caratteristiche materiali riverberano sulla psiche: coloro che vi abitano possono infatti interiorizzare la marginalità, che diventa impotenza, rassegnazione, senso di vergogna (Bartoli 2014). In tal senso le periferie non sono solo luoghi geografici, ma anche spazi su cui non si posa volentieri lo sguardo della società e producono esclusi che pagano un alto prezzo di sofferenza per un modello di vita che separa l’essere da se stesso, l’individuo dalle relazioni (Moreno 2014).

La metodologia di MdS si ispira a principi di Psicologia culturale e Psicoanalisi e mette al centro la cura delle relazioni e il gruppo (Parrello, Moreno 2015): l’ipotesi è che la relazione educativa sia complessa e non sia semplice per il singolo adulto – genitore, educatore, insegnante – “educare”, inteso come atto sociale. In molte situazioni di disagio e abbandono scolastico è evidente infatti che fra i fattori di rischio vi sono varie forme di immaturità e sofferenza che riguardano non solo i giovani, ma anche gli adulti. Nello specifico dei contesti familiari, essi sono spesso connotati da confini confusi e da una non chiara assunzione delle funzioni materne e paterne: la prima volta all’accoglienza, al contenimento e al nutrimento, la seconda, quella paterna, garante della possibilità di separarsi dal nucleo familiare per entrare nel mondo sociale ed esplorarlo (Parrello 2012).

Oltre alla cura dei giovani, intesa non nel senso medico e tecnico di “curare” e “guarire”, ma nel senso del prendersi cura garantendo e sostenendo il processo di crescita, occorre dunque “aver cura di chi cura”. È in quest’ottica che l’associazione MdS ha promosso nel corso degli anni progetti di sostegno ad una genitorialità consapevole e comunitaria e nello specifico, durante l’annualità 2015-16, ha dato avvio al Progetto Matrioske, finanziato dalla Direzione Generale per la Gioventù e condotto in collaborazione con il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e in partenariato con altre Associazioni del territorio[1].

Il progetto, dedicato alle madri dei territori nei quali si svolgono da anni le attività educative dell’Associazione, parte dall’assunto che la maternità è un’esperienza complessa e sul piano identitario e sul versante della relazione madre-bambino che necessita del sostegno dell’ambiente per mettere la madre in condizione di sostenere il suo bambino e se stessa (Winnicott 1971). È noto come il diventare madre costituisca una vera e propria sfida evolutiva che chiama in causa da un lato tutti gli elementi del percorso di sviluppo di una donna, dall’altro le interazioni con l’intero contesto familiare e sociale. Entro una prospettiva sistemico-relazionale e considerando il ciclo di vita della famiglia (Walsh 2008; Scabini, Cigoli 2012), l’assunzione del ruolo genitoriale richiede un adattamento ai cambiamenti che l’evento paranormativo della gravidanza porta con sé e può configurarsi come una occasione di crescita ulteriore o come una fase di difficoltà e crisi (Von Klitzing et al. 1999). In particolare, le donne che abitano contesti di emarginazione – nei quali persistono modelli di coppia e famiglia intrisi di maschilismo e violenza – vivono spesso il proprio ruolo coniugale e materno in una sorta di solitudine sociale che limita le opportunità di confronto e condivisione.

Il Progetto Matrioske è nato dunque dal desiderio di creare dei contenitori materiali e psichici – i gruppi – entro i quali le donne potessero concedersi di essere piccole e grandi, figlie e madri, come le bambole russe, connettendosi al passato con le loro storie di vita ed al futuro con desideri e progetti riguardanti se stesse e i loro figli.

A seguire verrà raccontata l’esperienza riguardante la prima annualità del progetto che ha avuto, anzitutto per l’equipe di lavoro, l’obiettivo di esplorare temi e dimensioni riguardanti la genitorialità e la maternità in contesti a rischio al fine sia di creare spazi di sollievo per le madri, sia di attivare il desiderio di partecipazione ad azioni comunitarie e solidali, fruibili sul territorio e in stretta connessione con le realtà istituzionali.

 

Metodologia

 

È stata condotta una ricerca-azione che ha previsto una fase di intervento e una di analisi dei materiali prodotti per monitorare e ri-progettare le attività.

Hanno partecipato al Progetto Matrioske circa 40 madri con un’età media di 37 anni, divise in due gruppi che si sono incontrati da gennaio a giugno 2016 con cadenza settimanale. Si è scelto di lavorare in gruppo, inteso come totalità dinamica, in quanto esso promuove la possibilità di fare esperienza, nella relazione con l’altro, di una conoscenza maggiore di sé. Il lavoro di gruppo si è posto infatti come macro-obiettivi: l’accrescimento della persona (Rogers 1970) e l’educazione all’arte dei rapporti umani (Lewin 1947).

L’equipe di lavoro è stata composta da due psicologhe, conduttrici di gruppo, due esperte di laboratorio e un’educatrice addetta allo spazio baby-sitting, istituito al fine di favorire la partecipazione delle madri. Hanno preso parte agli incontri inoltre due osservatori non partecipanti, studenti di Psicologia e tirocinanti dell’Associazione, che hanno contribuito attivamente alla costruzione della storia del gruppo: il loro resoconto narrativo ha aperto ogni incontro ricapitolando, attraverso un vertice soggettivo, quanto emerso nell’incontro precedente (Menna et al. 2016).

La metodologia di lavoro ha previsto l’alternanza nel gruppo di spazi di riflessione e spazi laboratoriali, fortemente connessi per contenuti e finalità.

Gli spazi di riflessione sono stati denominati di “inciucio riflessivo”[2] e hanno avuto l’obiettivo di offrire un luogo e un tempo per: pensare, riflettendo sulla propria quotidiana esperienza, alle abituali configurazioni relazionali; narrare esperienze significative, trovando un tempo per esprimere le proprie difficoltà, uscendo dalla solitudine del ruolo e confrontandosi in un gruppo di genitori alla pari. Questi spazi sono stati condotti da uno psicologo che ha assunto il ruolo di agevolatore di un clima di sicurezza e di contenimento che pian piano garantisse la libertà di espressione e la riduzione di un atteggiamento eccessivamente difensivo da parte dei partecipanti. Sviluppando un clima di fiducia reciproca (Rogers 1970) si dà la possibilità ai partecipanti di esprimere le proprie esperienze e i propri punti di vista procedendo così in un processo di maggiore conoscenza e accettazione di sé. Nel gruppo si dà spazio alla parola e si usa il dispositivo della narrazione che risponde all’esigenza di trovare un momento e un mezzo per elaborare gli affetti connessi alle esperienze, siano esse dolorose, traumatiche o semplicemente confuse (Bruner 1992). Raccontare e raccontarsi permette di unire passato, presente e futuro, tessendo così le fila di una propria identità, sia essa personale o territoriale. Come afferma Taylor (1999) il nostro desiderio più grande è che la nostra vita abbia un senso e questo desiderio di significato è l’impulso che dà origine alle storie; raccontando speriamo di trovare o creare connessioni significative tra le cose. Le narrazioni costituiscono il primo modo di ri-abilitare le esperienze, intendendo il “ri-abilitare” nel senso del riscoprirsi “abile”, recuperando del concetto di abilità, il senso dell’habère, dell’avere e cioè di riappropriazione di sé.

Narrarsi al femminile, poi, è l’occasione per riscoprire l’esperienza di una femminilità e di una corporeità cava, vuota, primaria ma al contempo generativa e creativa che appartiene a tutte le donne (Nunziante-Cesaro  1995); narrarsi in gruppo e nel gruppo rappresenta, inoltre, l’occasione per poter, anche solo attraverso l’ascolto, sentire una storia nella quale rispecchiarsi, che appartiene ai singoli e a ciascuno, che accomuna e tiene insieme. Le narrazioni, così, prendono le sembianze della Matrioska: scatola, spazio cavo e al tempo stesso personaggio, figura e molteplicità, contenitore e contenuto (Bion 1962).

Accanto al dispositivo narrativo di gruppo, sono stati istituiti due laboratori: il laboratorio “Teatro di figura” e il laboratorio di “Trucco casalingo”. Il laboratorio, nel nostro lavoro, ha la valenza di esperienza di ri-motivazione in quanto permette di: riconoscere come valide competenze informali che diano la possibilità di non rinunciare ad un patrimonio già esistente che costituisce fonte di autostima e identità; scoprire le proprie capacità migliorando l’empowerment; provare a sbloccare l’anoressia cognitiva e il disinteresse verso l’apprendimento (Parrello, Iorio 2015). Nei laboratori è stato possibile sperimentare uno spazio traslato in cui fare esperienza di sé facendo entrare in gioco altre dimensioni quali la corporeità (qui intesa in termini di relazionalità), la scoperta di possibilità immaginative ed espressive, la creatività. Hanno assunto inoltre il carattere di spazi di divertimento, ma al contempo di possibilità: possibilità di essere altro, di mettere in campo nuove competenze, desideri, domande e scoperte.

Nello specifico, il laboratorio di teatro è divenuto uno spazio e un tempo di danza. Hanno danzato le mani, i corpi, le menti e infine gli oggetti portati in scena, fino ad arrivare a raccontare una storia fatta di soli movimenti: movimenti che comunicano il femminile e comunicano al femminile.

 

Risultati

 

Il corpus dei resoconti narrativi degli incontri è stata analizzato attraverso il software Alceste (Reinert 1990), che compie una analisi statistica dei testi linguistici ricercando l’organizzazione interna del testo e individuando co-occorrenze (presenza concomitante di più parole piene). Il software individua nel testo classi stabili, corrispondenti a universi lessicali caratterizzati da specifici vocabolari e strutture linguistiche. Alla base di tutte le analisi statistiche effettuate dal programma c’è il concetto di unità di contesto elementare (uce) definite dall’autore come la più piccola unità statistica definibile da Alceste. È proprio infatti attraverso la suddivisione del corpus in uce che Alceste crea le matrici che daranno luogo alle classi di contenuto che rappresentano delle “stanze mentali” (Mazzara 2002).

Il corpus (vedi Tab. 1), è composto da 58 testi (resoconti narrativi), 70116 occorrenze, 7967 forme distinte e ha un indice di stabilità del 72,57%.

 

Tab. 1 – Corpus testuale: caratteristiche quantitative

Testi 58
Numero di occorrenze 70116
Forme distinte 7967
Frequenza min 9
Frequenza max 3184
Numero di hapax 4158
Unità di contesto elementari classificate 1212 su 1670
Indice di stabilità dell’analisi 72,57%

 

 

L’analisi ha classificato 1212 uce sulle 1670 individuate, suddivise in 2 macroaree e 4 classi stabili, come visibile nel dendrogramma (vedi Fig. 1): per ciascuna classe, sono indicati il numero e la percentuale di uce analizzate.

 

 

 

 

Sulla base dei vocabolari specifici e delle uce più significative, alle classi sono state attribuite etichette tematiche. Di seguito si presenta una descrizione delle classi con una selezione di uce significative:

 

Classe 1 – Io

“Da madre a figlia: il racconto dell’inter e intra-generazionale” (39.27%, 476 uce).

In questa classe, la più grande individuata dall’analisi, vengono raccolte le narrazioni sulle origini e sulle relazioni con le persone più importanti della propria vita. Il palcoscenico della classe è la “casa” e il narratore è l’“Io” donna che dall’esterno guarda e si guarda attraverso il sostegno del gruppo. Le donne raccontano di sé a partire dalle bambine che sono state per provare a trovare una conciliazione tra l’essere figlia, madre, moglie e donna. La Matrioska grande si apre e inizia a comunicare con le altre che prima non vedeva perché contenute-imprigionate dentro di sé. Si dà avvio ad un lavoro di auto-definizione nel quale si riscontra quanto sia a volte difficile “prendersi cura di sé”.

Vocabolario: io, madre, figlia, casa, bambini, era, marito, famiglia, racconta, matrimonio, tradizioni, origine.

UCE:

– “Ognuno è il prolungamento del proprio genitore con cui, nonostante alcuni dissidi, si è sempre legati e ciò fa sì che una separazione completa non possa esserci, che alle proprie spalle ci sia una storia lunga generazioni la quale si protrarrà ancora e ancora con il prolungamento dei propri figli. Dunque le proprie origini sono sempre presenti anche quando non si vedono o sentono”;

– “E di me, chi si prende cura? Quando ci si rapporta con l’altro, ad esempio il marito, spesso pensa che la moglie non abbia bisogno di nulla. Le vedono come wonder woman, delle supereroine che si armano di mantello e scudo e salvano il mondo”;

– “La difficoltà principale che s’incontra è nel prendersi cura di sé, è il ricavarsi uno spazio esclusivamente per il sé donna. Spazio che porta a fare i conti con i ruoli investiti e forse, anche col senso di colpa, in quanto viene sottratto del tempo all’Io mamma. Quindi l’Io donna si trova a chiedere il consenso all’Io mamma, l’Io donna ha uno scacco sull’Io mamma, riflette una mamma. Il cerchio cura le nostre donne, è una risorsa, le donne sono sostegno fra loro”.

 

Classe 2- Gruppo

Un gruppo per pensare, guardarsi e raccontarsi” (34.74%, 421 uce).

In questa classe si raccolgono le narrazioni che mettono in evidenza l’importanza dell’appartenenza ad un gruppo in cui poter tessere relazioni significative tra persone che condividono le medesime esperienze, sia in quanto madri, sia in quanto donne che vivono una realtà territoriale simile.

Nell’esperienza del gruppo si parte dalla parola, il prendere parola, secondo i tempi di ciascuno, rispettando i silenzi e le attese personali, per provare a raccontare la complessità delle realtà quotidiane. Si tratta di parole che raccontano le gioie e le difficoltà, narrano vite diverse, ma in possibile collegamento. Così nel gruppo, attraverso il racconto di un membro, si poggia lo sguardo sull’altro e nel contempo si ha un effetto “catarifrangente” sulla propria storia: questo processo favorisce la nascita di un noi Matrioske che identifica e che contiene.

Vocabolario: gruppo, relazioni, riflessione, raccontare, partecipare, storia, parola, sguardo, dire, sogno, noi.

UCE:

– “Questo gruppo è la nostra riserva energetica, come un pozzo da cui attingere così da trovare il nostro equilibrio”;

– “Racconta di sé, di come abbia cambiato il copione fisso che seguono molte delle donne nate e cresciute in zone ‘scordate dal padreterno’”. Questo discorso sul cambiamento, sull’avere la forza di decidere della propria vita sembra essere molto sentito ma non tutte sono pronte e ce la fanno, Marta con poche parole sintetizza il senso e il metodo del gruppo: ‘Non per forza bisogna buttarsi al centro del cerchio’ riferendosi proprio al timore di molte mamme di dover dire i fatti propri. Aggiunge infatti che non ha senso avere questa paura: ‘se vuoi ti butti altrimenti non sei certo obbligato. Non ci si butta se non lo si vuole, ma si può stare comunque’”.

 

Classe 3 – Corpo

“La parola al corpo: il laboratorio come spazio di cura di sé e di creazione” (15.84%, 192 uce).

In questa terza classe è centrale il riferimento al corpo, inteso in termini di corporeità e di relazionalità. Si tratta del corpo che cambia e i cui segni del tempo si riflettono nello specchio e attraverso di esso si può giocare con altre donne, ritrovando un’area di piacere e di divertimento che ha un potente valore di sollievo e di cura. Si sperimenta la possibilità di essere “altro”, riscoprendo e valorizzando una propria femminilità. E i corpi sono centrali anche sulla scena teatrale: danzano le mani e gli oggetti creati ad hoc che prendono vita raccontando una storia fatta di soli movimenti entro uno spazio in cui ognuno può esprimere qualcosa di sé.

Vocabolario: creare, specchio, corpo, scena, specchio, costruire, fantasia, valorizzare, imparare.

UCE:

– “Ciascuna donna è chiamata a osservare il volto della sua compagna e scrivere su un foglio già predisposto cosa le piacesse di quel volto, e soprattutto perché volesse valorizzarlo per partire poi nel creare l’opera; c’è chi ha realizzato sul volto della propria compagna/specchio un trucco studiato appositamente per le loro caratteristiche, o chi ha realizzato un trucco che rispecchiava anche se stessa. Sono estremamente attente alla cura dell’altra” (Laboratorio di trucco Casalingo).

– “Ci spostiamo dalla terra ai tre tavoli neri già pronti: poste davanti allo specchio ognuna di noi guarda se stessa, le scarpe, torna a guardare le altre e riparte la musica. Il resto della musica viene accompagnata da altri passi di danza a destra, poi a sinistra, come delle lunghe camminate. A un tratto parte nuovamente una sorta di ballo di gruppo, non si è più da soli a fare, e anche sbagliare” (Laboratorio di Teatro di Figura).

 

Classe 4 – Rito

Una stanza tutta per sé” (10.15 %, 123 uce).

Nell’ultima classe è centrale il piacere di vedersi nella ritualità settimanale che aiuta a costruire un contenitore relazionale per il gruppo. Viene riconosciuto ed interiorizzato un tempo ed uno spazio per sé, un “blackout” di due ore sulla propria vita e sui propri impegni, una pausa che consente di sostare in maniera riflessiva al di là del fare quotidiano ritrovando nel “cerchio” l’incontro sì con altre persone, ma anche un’opportunità di incontro per sé.

Vocabolario: incontro, appuntamento, chiacchierare, inciucio, laboratorio, cerchio, risate, riflessivo, oggi, pausa.

UCE:

– “Il giovedì, giorno del gruppo, le ha permesso di maturare sempre di più questa consapevolezza di dover trovare spazio e tempo da dedicarsi […] questo spazio è importante e soprattutto piacevole”;

– “In genere quando devo andare in un posto o a fare qualcosa mi scoccio, sto senza genio[3], quando devo venire qui invece sono contenta”;

– “Questo gruppo è un momento che ci si prende per sé, un blackout di due ore sulla tua vita e i tuoi impegni”.

 

Conclusioni

 

I risultati mostrano come le donne partecipanti hanno usato i laboratori e il gruppo per riflettere sul passato, aver cura di sé nel presente e provare a costruire reti tra donne per fronteggiare il futuro. Nello specifico, dall’analisi dei resoconti narrativi, è emerso come il Progetto Matrioske si sia configurato quale spazio nel quale le partecipanti hanno potuto dare voce alla propria storia (Classe 1); hanno trovato un gruppo dal quale attingere energie e nel quale costruire relazioni significative (Classe 2); hanno potuto fare una nuova esperienza di sé e del proprio corpo (Classe 3); hanno trovato un tempo di riposo, uno spazio da dedicare alla cura del sé (Classe 4).

L’opportunità di narrare e mettere in parola pezzi della propria storia è risultata essere l’occasione per una rilettura emozionale dei comportamenti e degli avvenimenti della propria vita. Le parole hanno così assunto diversi valori: rete, che avvicina le persone tra loro, creando ponti; balsamo, che lenisce le ferite; mappa, in quanto colloca dove ci si trova e definisce i confini; bagaglio, che riempie, arricchisce, a volte appesantisce e carica. Il gruppo è diventato il luogo dove poter essere accolte e progettare di impegnarsi per se stesse, per le altre e per la comunità.

Le Matrioske, ad oggi, continuano il loro percorso e si stanno attivando nell’affiancare gli operatori di Maestri di Strada nelle iniziative a sostegno della comunità educante. Così facendo i genitori stessi diventano protagonisti di un processo di accoglienza, ascolto ed educazione, mettendo a disposizione del territorio le conoscenze apprese attraverso quella che è una generatività sociale che trae forza da quella biologica, ma la trascende.

 

Riferimenti bibliografici

 

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Winnicott D.W. (1971), Gioco e realtà, Armando, Roma, 2000.

Walsh F. (2008), La resilienza familiare, Cortina, Milano.

 

Note

 

[1]  Centro Sociale “Casa Mia Emilio Nitti”; Associazione culturale di promozione sociale “Le Kassandre”, Associazione Incipit No Profit.

[2]  Il termine dialettale è qui utilizzato facendo riferimento al significato della parola che riproduce il suono di un chiacchierare fitto a bassa voce tra più persone, molto vicino ad un “ciùciù”.

[3]  Mi annoio.

 

Ilaria Iorio Psicologa, PhD student in Mind, Gender and Languages presso l’Università di Napoli Federico II, Dipartimento di Studi Umanistici. Lavora presso l’Associazione onlus Maestri di Strada dal 2009 occupandosi di: attività di ricerca; conduzione di gruppi Multivisione e formazione rivolti a docenti e operatori; sostegno alla genitorialità nell’ambito del Progetto Matrioske. Fra i temi di Ricerca: le dispersioni scolastiche, l’inclusione sociale, il burnout dei docenti, la promozione della riflessività all’interno delle istituzioni. Autrice e co-autrice di contributi scientifici nazionali ed internazionali.

 

Mariangela Lamagna Psicologa clinica e di comunità, psicoterapeuta sistemico-relazionale. Dal 2009 lavora in progetti di inclusione sociale e dal 2012 collabora con l’ Associazione onlus Maestri di Strada occupandosi principalmente di formazione e sostegno psicologico in ambito istituzionale, di gruppo, familiare. Dal 2016 è anche responsabile delle attività di supervisione psicologica degli educatori del Progetto Integra Centro educativo Regina Pacis. Negli ultimi due anni ha condotto gruppi con le donne e madri del territorio della VI Municipalità di Napoli e ha svolto il Laboratorio “Ben-essere Donna” nell’ambito del Progetto Giovani per i Giovani. Svolge attività clinica privata interessandosi particolarmente ai temi della psicologia del femminile.

 

Claudia Riccardo Regista, drammaturga e coordinatrice di progetti educativi. Lavora in progetti di inclusione sociale da circa 18 anni. Nell’Associazione onlus Maestri di Strada dal 2012 si occupa di coordinamento, formazione, educazione di comunità. Negli ultimi due anni ha condotto il laboratorio di Teatro di Figura nell’ambito del Progetto Matrioske, con le donne di Ponticelli, San Giovanni a Teduccio e Forcella con le quali sono stati realizzati due spettacoli. Si è avvicinata al teatro nel 2002 prima come assistente poi come aiuto regista. Nel 2013, a seguito di esperienze di cooperazione educativa a Florianopolis (Brasile), si unisce al gruppo di ricerca e sperimentazione di Teatro di Figura trasFORMAzioneANIMATA come regista e drammaturga.

 

Antonella Zaccaro Psicologa, Psicoterapeuta sistemico-relazionale e Dottore di Ricerca in Scienze Psicologiche e Pedagogiche. Lavora presso l’Associazione onlus Maestri di Strada dal 2010 occupandosi di intervento psicologico nelle istituzioni scolastiche in progetti di formazione (per docenti e tirocinanti), di Orientamento, di sostegno alla genitorialità; conducendo gruppi Multivisione e collaborando alle attività di ricerca. Nella pratica clinica lavora con singoli, coppie e famiglie che attraversano momenti critici del ciclo di vita. Fra i temi di Ricerca: l’orientamento narrativo; le transizioni non normative (malattia/disabilità e genitorialità a rischio) e la consulenza genetica pre-natale e riproduttiva. Autrice e co-autrice di contributi scientifici nazionali ed internazionali.

 

Santa Parrello È ricercatrice confermata di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, dove insegna Psicologia dello sviluppo: percorsi tipici e atipici per il Corso di Laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche. Ha pubblicato, fra gli altri, numerosi lavori sull’adolescenza e la relazione educativa, frutto di ricerche nazionali e internazionali, spesso interdisciplinari, coniugando la psicologia culturale e la psicoanalisi. Dal 2009 collabora stabilmente con l’Associazione onlus Maestri di Strada nella progettazione e realizzazione di interventi educativi sperimentali nelle periferie metropolitane.