L’importante è essere umani
L’amore pedagogico in Janusz Korczak

di Silvia Frontino

Uomini, siate umani, è il vostro primo dovere;

siate umani verso tutte le condizioni, verso tutte le età,

verso tutto ciò che non è estraneo all’uomo.

Quale saggezza può mai esistere fuori dell’umanità?

Jean-Jacques Rousseau

 

Incontrare la vita e la pedagogia korczakiana è stato come fare un lungo viaggio. Uno di quei viaggi ricchi di riflessività che permettono di indagare, sempre più in profondità, l’animo umano; di direzionare lo sguardo allo specchio, verso il nostro riflesso, che ci rimanda l’immagine della nostra umanità, della sua storia, del suo essere e del suo agire nel passato e nel presente. Un viaggio che mi ha permesso di prendere atto della preziosità della memoria umana e dell’importanza della trasmissione storica, indispensabili per poter ancora pensarci e sentirci uomini. Il viaggio, come ci insegna la storia di Ulisse nell’Odissea omeriana, è anche metafora della vita e di un percorso di ricerca di senso esistenziale. Così, per me è stato un richiamo, una vera emergenza quella che mi ha spinto ad intraprendere la ricerca di una memoria perduta. Di uno sguardo umano e pedagogico perduto.

Il passato chiede qualcosa al presente. La storia dell’uomo ci guarda. Parla, non rimane in silenzio. E ci racconta di esseri umani che si sono contraddistinti per aver dedicato le loro esistenze, rispettivamente, al ben-essere o al mal-essere dell’umanità. Persone umane e umanizzanti da un lato, dunque, e persone dis-umane e dis-umanizzanti dall’altro.

Se vogliamo intraprendere la via della formazione e della restituzione di una perduta umanità ai futuri uomini nuovi, planetari e condividenti, però, dobbiamo dapprima domandarci se vi è stato, in passato, un uomo che sia stato degno di tale definizione così da poter donare il suo modello esistenziale come esempio per l’umanità odierna.

La risposta è sì. E quest’uomo è Janusz Korczak.

Egli è stato un riformatore dell’essenza umana e un costruttore di rinnovata umanità. Ma chi era? Quale fu l’essenza del suo vivere?

Medico, scrittore polacco, di origini ebraiche, Korczak si convertì alla via pedagogica e decise di dedicare la sua vita al ben-essere della culla dell’umanità, l’infanzia. Fondò la Casa degli Orfani (1913) dove attuò do una pedagogia del tutto innovativa, fatta di cura autentica, nella quale al centro vi è il bambino, la sua persona, la sua autonomia, il riconoscimento e la garanzia dei suoi diritti.

E proprio da quello stesso istituto, un microcosmo di vita e pedagogia pulsanti, rinchiuso tra le mura del ghetto di Varsavia, partirà il corteo di bambini, con in prima fila lo stesso Korczak, verso i treni che condurranno loro alla morte. Una morte atroce, disumana, già scritta dall’uomo stesso, che non si riconosceva più nell’altro da sé, nel suo riflesso. Korczak lottò contro la regressione che dominava le menti e i cuori. Andando oltre tutti, oltre il pianeta ormai senza pace. Oltre il vivere e oltre il morire. Oltre la sofferenza, oltre il nero…La speranza nel futuro la vide negli occhi dei suoi bambini.

La sua essenza umana dovrebbe essere immanente, continuare a vivere grazie alla memoria, al racconto. Cosa risulta importante? Mantenere nel nostro vivere quello che è stato il suo vivere. E questo è possibile grazie alla permanenza e al dono della memoria pedagogica, ovvero all’eredità dell’opera educativa di tutti coloro che diedero vita a processi di educazione e formazione che segnarono e trasformarono progressivamente l’umanità ma anche, e soprattutto, alla memoria emozionale legata ai ricordi che, scaldando i nostri cuori, può illuminare le nostre menti.

Una memoria che permette, a noi, oggi, di poter pensare ancora, nonostante tutto, in termini di umanibilità, di potenzialità e possibilità umana.

Janusz Korczak rappresenta la straordinarietà di un uomo qualunque. Egli combatté il vero e proprio terrorismo umano e pedagogico rivolto alla persona, ai bambini in particolare, riportando alla luce l’essenzialità di un amore pedagogico che afferma che l’importante è essere umani. Nonostante tutto.

Un esempio di luminosa grandezza, dunque, per le nostre vite, per le nostre scelte esistenziali. L’essere stato così straordinario, nella sua semplicità di uomo qualunque, ci deve trasmettere un solo e unico ma fondamentale messaggio: spetta a noi, in prima persona, la scelta di essere e divenire uomini semplici ma straordinari. Tutti possiamo essere Janusz Korczak. Tutti dobbiamo ricordare Janusz Korczak. Diffondere le sue parole. Tutti possiamo, e dobbiamo, pensare e agire come Janusz Korczak. Come uomini, appunto, planetari e condividenti. Facenti parte di un’umanità che deve condividere il vivere. Il vivere la vita. E il vivere oltre la vita.

 

Io, persona

 

Il bambino, ancor prima di essere tale, è una persona e, di conseguenza, un essere umano totalmente e pienamente riconoscibile, per diritto e per dovere, nella diversificazione delle accezioni di tale termine. Ciascun bambino è una persona unica, con le proprie irripetibili caratteristiche.

Ognuno è a sé ma, nella propria persona, è anche indispensabilmente con gli altri, nel vivere esistenziale. Un bambino è una persona, ripeteva sempre Korczak. E amava ripeterlo costantemente, tutti i giorni, ai suoi bambini. Piano piano, come una goccia d’acqua che cade sempre nello stesso punto della roccia fino a raggiungere il suo centro, il suo fulcro, così Korczak desiderava che tale convinzione venisse accolta, dai cuori e dalle menti di ciascun bambino, come “quando durante il bagnetto esamina l’acqua, ritrovando nelle molte gocce inconsapevoli sé stesso, goccia cosciente, presentisce allora la grande verità che racchiude la breve espressione ‘Io’” (Korczak 2015, p.67). Ed inizia subito la ricerca del suo io: la ricerca di sé stesso in mezzo agli altri: i genitori, i nonni, gli altri bambini, gli educatori, etc. Egli ricerca la sua essenza nella società, nell’umanità, nell’universo.

Quando Korczak stesso era un fanciullo, gli si rivelò, come un’epifania, l’unicità e l’importanza del suo essere e del suo vivere nel mondo. “Se ripercorro la mia vita, proprio a sette anni mi sono reso conto del mio valore. Esisto. Ho un peso. Ho un significato. Mi vedono. Posso. Sarò” (Korczak 2013, p. 62). I bambini sono sempre stati tutto per Janusz Korczak. Il centro della sua vita. Tutta la sua vita. Egli rinunciò alla possibilità di crearsi una famiglia naturale compiendo una scelta importante: decise che sarebbero stati i bambini più poveri, gli orfani, gli emarginati, quelli abbandonati, insomma, coloro che maggiormente necessitavano di un’opera di cura pedagogica autentica e di amore incondizionato a divenire la sua vera famiglia. I suoi figli. Man mano che intorno a lui infuriavano gli elementi del tornado nazista, egli riuscì a rinforzare sempre più le ragioni della propria missione a favore dei bambini. Si trattò in toto di una cura educativa illuminata. Ma sappiamo, purtroppo, che quest’ultima non è sempre mossa da una luce positiva e formativa tipica di un’antropogenesi progressiva.

“Per comprendere la concezione korczakiana dell’infanzia non bisogna partire da definizioni teoriche, ma occorre individuarne gli elementi essenziali sulla base di considerazioni prevalentemente pratico-esperienziali. Nelle opere di Korczak idee, pensieri, teorie, riflessioni sono sempre il frutto di un coinvolgimento diretto nel vissuto del bambino […], ancorate a un robusto senso della realtà e a un’intenzionalità chiaramente pragmatica” (Giuliani 2016, p. 189); dunque, è dal reale vissuto educativo, e non dalla formulazione di teorie completamente slegate dall’esperienza, che deriva la concezione e la visione korczakiana del bambino. Nel conferire un tale valore alla pratica, Korczak fa una scelta consapevole, che non nasce dalla casualità ma dalla sua partecipazione al mondo dell’agire pedagogico. Ogni sua riflessione sul bambino si adatta (mutando, ovviamente, il contesto di riferimento) anche all’adulto o, comunque, all’essere umano in generale. Egli è fermamente convinto che l’unicità della persona si palesi fin dai primi mesi di vita e “soltanto una sconfinata ignoranza o superficialità di sguardo possono negare l’evidenza che il lattante possiede una sua individualità determinata, nella quale confluiscono temperamento innato, energia, intelletto, senso di benessere e esperienze vitali” (Giuliani 2016, p. 196). I neonati si distinguono per le loro caratteristiche peculiari e le loro diverse reazioni all’ambiente esterno fin dai primi battiti del loro cuore. I suoi figli erano stati protagonisti di eventi di vita traumatici, situazioni difficili, abbandoni forzati e, attraverso le storie riflesse nei loro sguardi segnati, Korczak prese coscienza del fatto che le fratture e gli scompensi affettivi dovuti all’incuria e alla mancanza di amore, vissuti durante l’infanzia, si ripercuotono sull’intero arco dell’esistenza. Così, la parola d’ordine nel processo educativo individuale e collettivo si lega all’osservazione, alla conoscenza del singolo, nell’ottica della costruzione di relazioni personali e potenzianti. Oggi parleremmo di empowerment, dunque.

Il bambino korczakiano non appartiene a nessuno, è completamente indipendente, autonomo. Ma non per questo è solo: la sua libertà e la sua dignità individualesono sempre la nostra priorità.

In conclusione, quale concezione finale ha del bambino Janusz Korczak? Quella di incognita. “Ricco della sperimentata consapevolezza della potenza delle leggi della natura e della geniale ricerca del pensiero umano, mi trovo di fronte a un bambino come a un’incognita” (Giuliani 2016, p. 205). Incognita perché dalla relazione Io-Tu non sappiamo mai, da principio, cosa aspettarci, quali caratteristiche, peculiarità, reazioni incontreremo, conosceremo e accoglieremo di noi stessi, etc. Eccoci di fronte al nostro compito fondamentale da educatori e da pedagogisti: decifrare e capire, finché possibile, tale incognita. Senza cadere nell’errore di cancellare, sostituire o annebbiare alcuna parte di essa. Non è per niente facile il nostro compito. Ma è proprio per questo che abbiamo fatto questa nostra scelta esistenziale. Non ci piacciono le cose facili, vogliamo affrontare le difficoltà. Arricchirci come persone, come esseri umani e far progredire la nostra umanità. In una lotta costante contro il buio della disumanizzazione, sfoderiamo la nostra luce…

 

L’essenza dell’essere educatore

 

Korczak parlò di educazione per tutto il corso della sua vita. Dialogando e scrivendo opere sul mondo pedagogico, non poteva esimersi dal narrare la sua visione della figura e del ruolo dell’educatore. “Quando Korczak pensa a un educatore, pensa innanzitutto a sé stesso; quando si rivolge a un educatore, si rivolge all’intera società” (Giuliani 2016, p. 206). Risulta chiaro, dunque, che per poter parlare e trasmettere conoscenza, Korczak parte proprio da sé, dalla sua vita e dalla sua quotidianità educativa. Il Dottore[1] crede fermamente che solo l’intensa riflessività sul proprio essere e sul proprio agire permetta poi all’educatore di rivolgere il suo sguardo e il suo aiuto alla società stessa, la prima e vera educatrice dell’umanità. La prima caratteristica fondamentale dell’educatore è quella di avere la mente, lo sguardo e il cuore liberi da ogni possibile influenza negativa, pregiudizio o credenza e accogliere con tutte le sue capacità, potenzialità e risorse la persona che si pone di fronte a lui.

 

Korczak non vuole palesarsi come il nuovo consigliere degli educatori. Non è nei suoi interessi e, in ogni caso, sarebbe qualcosa di inattuabile. Nessuno dei suoi testi vuol essere un manuale o un ricettario da consultare qualora si presentasse all’educatore un problema da risolvere; tuttalpiù le sue pagine vogliono dare conforto nei momenti di scoraggiamento che assalgono, inevitabilmente, l’educatore saggio e coscienzioso, un conforto di quelli che si offrono a un giovane compagno di viaggio che – preso improvvisamente nel vortice di problemi difficili e imprevisti, stordito più che amareggiato – chieda aiuto” (Giuliani 2016, p. 206)

 

Compagni di viaggio. Ecco perché Korczak non vuole ergersi al disopra di nessuno. Sa benissimo che siamo tutti nella stessa barca, pronti e allo stesso tempo preoccupati di non riuscire ad affrontare nel modo educativo più corretto le onde della vita. La barca, molto spesso, può andare fuori rotta e, al peggio, naufragare. Bisogna impegnarsi e lottare per evitare tutto questo.

Ma c’è un’unica certezza positiva: non saremo mai soli nel lungo viaggio nel mare dell’esistenza. Di fronte all’ignoto, alle incognite, allo sconforto e al terrore, avremo al nostro fianco altre persone che condividono con noi lo stesso obiettivo: dedicarci alla formazione e all’affermazione degli altri esseri umani. Possiamo consolarci, confrontarci, cercare supporto, ma sempre rimanendo l’uno al pari dell’altro. Al momento di riprendere la navigazione e compiere le scelte esistenziali conseguenti, l’educatore sa che la sua decisione sarà presa in completa solitudine. In quel momento, sarà solo. Ma, se guarderà bene, sopra di lui troverà sempre la stella polare a guidarlo, quella della cura educativa autentica (imprescindibile, se vogliamo fare vera progettazione educativa), che ci impedisce di perdere la bussola della nostra vita. Cosa significa tutto questo?

Ogni persona in formazione comincia a tracciare un disegno del suo essere e del suo divenire, a orientarsi nel mondo e può succedere che chi educa cerchi di progettare al posto dell’individuo il suo futuro (deriva pedagogica). Questa progettazione estrinseca è il contrario della cura educativa autentica, si contrappone ad essa, tende a demolirla. Mai allontanare il nostro sguardo, dunque, da quella bussola. Ci direzionerà sempre verso la destinazione  più adatta alla nostra essenza. In ogni caso, l’educatore deve sempre essere pronto anche ad affrontare le proprie responsabilità, che derivano dalle sue scelte, senza vergognarsi di fronte allo scoramento. Deve accoglierlo, viverlo, accettarlo così da non arrendersi mai. E poter ricominciare. Ricreare rapporti, ridirezionare lo sguardo e l’agire pedagogico… “Educatore, dovresti piuttosto rallegrarti! […]. Ora sai che non sai. Senza sapere bene dove ti porterà, tu stai cercando una strada. Ti sei perduto? Ricordati che non è un disonore smarrirsi nell’immensa foresta della vita […]. Sii te stesso. Cerca la tua strada” (Giuliani 2016, p.208). Le fondamenta dell’essere umani prima che educatori: esser sempre noi stessi e cercare la nostra strada. Le difficoltà, le preoccupazioni e i timori sono la missione, il compito, il sangue e il pane e la ragione d’essere di ogni educatore. L’educatore che, dopo aver naufragato e aver momentaneamente perso lo sguardo, non si interroga e non si domanda il perché, non è più un educatore. Nella pedagogia korczakiana il profilo dell’educatore si sdoppia essenzialmente in due icone o figure-sintesi, in alternativa e antitesi tra loro: l’educatore autentico, che segue la direzione della cura autentica, e il guardiano, che non ha bisogno di fare nulla. Guarda e basta. Ma non con lo sguardo pedagogico. La rassegnazione può essere proprio il preludio all’involuzione del primo nel secondo. Una rassegnazione a volte giustificata dalla crudeltà della vita. E chi più di Korczak ha conosciuto le atrocità disumane nella storia dell’uomo? Eppure, era il primo ad essere resiliente, nonostante i momenti profondamente bui.

I frammenti di vita fragili e oscuri appartengono ad ogni essere umano. Nessuno escluso. Anche ad una grande anima educativa quale quella korczakiana. Ognuno di questi momenti può costituire uno stimolo per un nuovo inizio. Pazienza e comprensione, indulgenza e umanità sono gli atteggiamenti che devono distinguere l’educatore da chi non lo è. Il nostro primo strumento è il sorriso.

Se vogliamo bambini-uomini sereni, trasparenti e aperti, il nostro sorriso deve sempre accompagnarci e porsi come esempio di sguardo al vivere, all’esistenza. Quella dell’educatore è una professione difficile, ma dona soddisfazioni che altre non possono neppure intuire. Vivere in una serena atmosfera fatta di sentimenti delicati, di risa gioiose, di primi sforzi entusiasti e di stupori puri, chiari, di gioie amate rende il vivere stimolante e fecondo. Non possiamo pretendere da noi stessi di possedere “una contabilità dei sentimenti in cuore e un codice pedagogico in testa” (Korczak 2015, p.168). Dobbiamo essere da esempio, da modello. Non a parole ma con il nostro agire. Per un buon educatore conta “gettare esempi di verità, di buon ordine, di laboriosità, di onestà e di sincerità, senza pretesa di trasformare i bambini in qualcosa di diverso da ciò che sono […]. Posso risvegliare ciò che sonnecchia nell’animo ma non posso creare nulla” (Giuliani 2016, p.220). Teniamo, allora, come punto di riferimento, la figura non dell’educatore ideale ma del buon educatore. Quello che “non schiaccia ma libera, non trascina ma innalza, non opprime ma forma, non impone ma insegna, non esige ma chiede” (Giuliani 2016, p.221).

 

Bambino-educatore-bambino

 

Solitamente quando pensiamo alla relazione di educazione tendiamo a considerarla come il rapporto di un adulto verso il bambino, e non viceversa. In che senso? È occasione assai rara quella di trovare al centro la relazione del bambino verso l’adulto. Ma nessun rapporto può considerarsi vero e volto alla condivisione di cura autentica, e non solo in ambito educativo, se è a senso unico, unidirezionale e vede come protagonista principale, che dirige i fili del rapporto, l’adulto. Si tratterebbe di tutto fuorché di educazione. “Partendo da questo presupposto, Korczak intende evidenziare e sottolineare l’importanza e la fondamentalità della reciprocità e della collaborazione tra soggetti di formazione, il bambino e l’adulto (e viceversa) affinché la relazione educativa possa considerarsi tale, in efficienza ed efficacia” (Giuliani 2016, p.222). Come in ogni relazione umana, l’influenza reciproca è sempre presente, in positivo o in negativo. Nessun adulto può illudersi o credere di non uscire cambiato e formato da una relazione con un’altra persona: entrambi i soggetti, infatti, vivono un forgiamento che porterà, alla fine, ad un più o meno evidente cambiamento nella propria persona. Si modificano le opinioni, i modi di approcciarsi, i punti di vista, il livello di conoscenza l’uno dell’altro, etc. Non ci approcciamo gli uni agli altri come tabule rase, neanche il più piccolo dei bambini, come sosteneva, invece, il filosofo John Locke. Siamo di fronte a due realtà, anzi due mondi lontani l’uno dall’altro per desideri e interessi, non comunicanti?

Assolutamente no. Non sarebbe possibile parlare di relazione se la realtà fosse questa. E allora… come si rapporta un bambino a un adulto? E in che modo può quest’ultimo creare un legame profondo con il bambino? Il rapporto deve nascere e progredire attraverso un lungo lavoro, lento e coscienzioso, nel rispetto delle esigenze di entrambi i soggetti. Esempi o modelli positivi possono, certamente, fungere da guida ma, se si vuole aderirvi, bisogna che sia frutto di una scelta condivisa.

E si può parlare di scelta solo se, al contempo, vi è la possibilità di controbatterla o rifiutarla. L’educatore deve presentare, proporre, guidare, coinvolgere senza imporre e, soprattutto, senza sostituirsi all’altro soggetto. È fondamentale che tenga presente il pensiero, le decisioni e il progetto esistenziale dell’altra persona da sé, protagonista, alla pari, della relazione educativa.

La relazione bambino-educatore si delinea, così, come un rapporto di estremo, e il più possibile preciso, equilibrio tra la libertà, anche di sbagliare, del primo e l’autorevolezza autentica del secondo. L’educatore ha il diritto e il dovere di illuminare il bambino così che egli sappia poi scegliere per sé.

Qual è il compito? Illuminare con la propria luce le persone, di modo da attivare la loro luce, la capacità di divenire tutto ciò che si può essere. L’equilibrio tra tutti questi poli garantisce di intraprendere e percorrere la strada indicata dalla nostra bussola. La libertà è, in ogni caso, la conditio sine qua non perché si possa parlare di relazione educativa e di cura autentica.

La vera educazione, in conclusione, secondo Korczak, è quella che mira all’autoeducazione e che, dunque, si pone come azione maieutica nei confronti dell’altro soggetto di relazione.

Sulle strade dei quartieri poveri di Varsavia, il pedagogista ha amaramente preso atto e coscienza di quanto quei diritti vengano ignorati e violati. Un’infanzia tormentata ma che lotta con disperazione, mostrando quanto resistente e resiliente sia la sua anima, la sua identità. Scopo della pedagogia korczakiana, dunque, non è soltanto quello di fondare un buon sistema educativo ma di riconoscere e garantire i diritti fondamentali dei bambini attraverso di esso. “Questo atteggiamento rispettoso dei diritti del bambino rompe la catena dei rapporti di dominio. Il cuore della posizione pedagogica di Korczak è tutto qui” (Pontecorvo, 1989, 34). È giunta l’ora che anche oggi ci si chieda cosa si possa fare per realizzare i diritti dei bambini. Pensiamo di conoscerli davvero? Abbiamo creato le giuste condizioni grazie alle quali essi possano esistere ed essere veramente riconosciuti e garantiti?  Impegniamoci a realizzare un pianeta umano di educazione che risponda ai bisogni dei bambini nel pieno rispetto dei loro diritti. Il bambino non ha ancora avuto il diritto di parola. Sta sempre solo ascoltando…

 

Riconoscere, rispettare, umanizzare

 

Per poter iniziare a dialogare sul tema dei diritti dell’infanzia (così caro a Korczak che ne fa il fondamento giuridico della sua pedagogia), mi sembra necessario partire da quel mondo che ne disconosce l’esistenza. Non mi limito a parlare del contesto storico in cui visse Korczak ma anche al nostro tempo. In una corsa frenetica verso il niente, dietro un’apparente realizzazione a discapito di altri esseri umani, di infinite guerre con livelli sempre più alti di efferatezza e disumanità, non c’è spazio per il pensiero e lo sguardo rivolti ai bambini. Preferiamo tenerli a bada, non ascoltare le loro voci curiose sempre pronte a ricercare risposte e curiosità, ad indagare la realtà. Meglio anestetizzarli con una gamma di videogiochi e tecnologie che fanno solo rabbrividire per la capacità che hanno di alienare i bambini dalla realtà e dal presente. Non possiamo certo esimerci dal sottolineare l’esistenza di iniziative dedite alla cura e alla garanzia dei diritti dei bambini, ma sono ben poche rispetto al numero di esseri umani viventi su questo pianeta. In gioco ci sono stati diversi, culture diverse, storie diverse, lingue diverse, personalità diverse. Non è per niente facile riuscire a conciliare così tanta diversità (che, per fortuna, esiste!) e convogliarla verso una direzione unica: il riconoscimento dei diritti e la condivisione umana planetaria.

Il meccanismo della vita umana è complesso e articolato. Se qualcosa si inceppa in uno dei periodi, anche quelli che verranno subiranno delle conseguenze. Non solo vivere l’infanzia ma anche il modo di approcciarsi ad essa, di rispettarla. Anche noi siamo stati bambini, non dimentichiamolo. E ciascuno di noi ricorda i momenti belli e quelli brutti, nei quali siamo stati vittime di ingiustizie. Anzi, forse tornano maggiormente alla mente proprio questi ultimi, per quell’amaro che hanno lasciato nelle nostre vite. Ricordiamo il bambino che siamo stati, il bambino che è ancora dentro di noi e quella parte dell’infanzia che ci accompagnerà per sempre. Solo la pratica educativo-pedagogica ci forma ad essere bambini, ad essere uomini, ad essere quelle determinate persone, quelle che siamo. Dialogare, parlare, fare teorie, agire, creare e partecipare ad attività: tutto questo e infinite altre cose presenta la dimensione pedagogica. E responsabilizzare sui diritti dell’infanzia è uno dei suoi compiti.

Iniziamo questo viaggio nei diritti, allora. E da dove partiamo? Da quella fase iniziale, di stallo nella quale l’umanità manca completamente del riconoscimento dei diritti del bambino. Fin da quando l’uomo ha mosso i suoi primi passi su questo pianeta, la relazione adulto-bambino, e viceversa, è presentata come un altalenante passaggio da una fase di equilibrio ad una di totale disequilibrio. Nella prima fase rientrano le esperienze illuminate di grandi persone che hanno dedicato la loro vita al benessere dell’infanzia, come, appunto, l’esistenza di Janusz Korczak. Le altre raccontano della violenza verbale, morale e fisica nei confronti dell’infanzia. Il resto della storia dell’essere umano si inserisce in una via di mezzo tra i due estremi. E a tal proposito, credo che la realtà dei nostri giorni ci stia conducendo, sempre più vorticosamente, verso una nuova fase di totale disequilibrio. Il distacco generazionale, l’anaffettività e la deresponsabilizzazione degli adulti nei confronti del progetto educativo ed esistenziale dei propri figli a favore di una tecnologizzazione e digitalizzazione del mondo infantile, crea questa mancanza, anzi, una assenza totale di rispetto. I bambini sono invisibili al nostro sguardo.

In mezzo alla folla scompari, non ti notano, spintonano. Quasi al di fuori di tutto questo, come se vivesse in una dimensione parallela, “il bambino sente che sopra la sua testa, senza che ne faccia parte, succedono cose importanti e forti, che decidono della sua felicità e delle sue pene, dei castighi e dei premi, che lo piegheranno. (Korczak 2011, p.29)

Cerchiamo dei presagi, vorremmo prevedere, rassicurarci; l’irrequieta attesa di quello che verrà fa sì che non rispettiamo veramente quello che sono già ora: delle persone. Il bambino: lo teniamo, lo proteggiamo, lo educhiamo, lo nutriamo, lo dirigiamo, lo correggiamo, lo forgiamo…  Cosa sarebbe senza di noi? Per come ragiona adesso l’uomo, niente di niente. Perché non rispettiamo il bambino? O, meglio, perché possiamo permetterci, in quanto adulti, di non rispettarlo? Non è solo per una questione di piccolezza. Siamo fermamente convinti che per lui la vita sia facile, che non abbia cognizione lotta dell’uomo per riconoscersi e identificarsi in un senso di umanità.. Sarebbe libero da qualsiasi preoccupazione. E se quest’idea, credenza del bambino fosse un grande errore? Una nostra illusione? Il bambino non può essere solo quello che noi vogliamo che sia. I bambini sono già persone ma impediamo loro di lasciare un segno del loro sé sul pianeta uomo. Abbiamo paura? Paura di un giudizio? Di sentirci nudi e impotenti di fronte all’unicità della saggezza infantile?

Ma quali colpe potranno mai avere i bambini? Perché questo senso di peso, di ostilità nei loro confronti? Questi ultimi subiscono, mentre gli adulti caricano sulle loro spalle, impreparate ad accoglierle, sfoghi e violenze di ogni tipo, mossi da una profonda avversione, data anche da quella spensieratezza (e da quella gioia, dai tempi e dagli spazi del vivere) che caratterizza loro e che, invece, destabilizza e disturba l’alienante vita (ma questo è vivere?) frenetica adulta. Ce ne sono molti di diritti da riconoscere da cristallizzare nella forma mentis e rispettare, come quello di esprimere ciò che pensa oppure di prendere attivamente parte alle considerazioni che esprimiamo a suo riguardo, ma il Dottore ne sottolinea principalmente tre fondamentali:

 

Magna Charta Libertatis

 

Il diritto del bambino alla morte;

Il diritto del bambino alla sua vita presente;

Il diritto del bambino a essere quel che è. (Korczak 2015, p. 56)

 

Il bambino ha anche diritto alla propria morte. Spieghiamo meglio questo concetto che di primo impatto può lasciare interdetti. Non bisogna fraintendere: non è da intendersi come negazione del diritto alla vita. Significa che il bambino ha il pieno diritto di vivere tutti i rischi legati alla propria crescita senza paure o limiti esterni, poiché ha diritto alla piena fiducia delle sue scelte. La morte rappresenta la preoccupazione totale e tiene in sé tutte le paure che minacciano la vita. È più un messaggio rivolto agli adulti, eccessivamente apprensivi, ansiosi e iperprotettivi. Korczak non fa riferimento alla morte del bambino di per sé ma alla sua estrema libertà, evidenziando quello che l’adulto percepisce del bambino.

Che cosa vede? Solo che vivrà più di lui. E non gli “concede” la possibilità di morire; vale a dire che viene negata la potenzialità di un senso di completezza e di compimento che solo la morte può donare all’essere umano.

Siamo sempre pronti a giudicare, a dispensare consigli e consolazioni. Condanniamo e perdoniamo, incessantemente. Come se il vivere e il con-vivere fossero una catena di montaggio di una delle migliori industrie: quella dell’esistenza umana. Non deve essere così la vita. Dobbiamo aver rispetto delle persone. Feriamo irrimediabilmente con macchie ben visibili la superficie della vita infantile attraverso una routine pedagogica quotidiana fatta di sbrigatezza, rudezza e severità. Seppelliamo i nostri errori, le nostre fragilità allo sguardo esterno e riversiamo il male del mondo sui bambini. Essi non sono di passaggio. Non sono future persone o futuri esseri umani. Uomini o donne di domani. Ma uomini e donne già oggi. Per questo il bambino ha diritto alla sua vita presente senza che questa venga considerata alla stregua di una fase dello sviluppo, perché essa ha un valore inestimabile di per sé. Inoltre, far vivere il bambino in funzione del domani vuol dire togliere valore alle azioni e agli eventi di oggi: significa demotivarlo e deresponsabilizzarlo. Non dobbiamo impedire che viva oggi una vita responsabile, in un cammino che è fatto sì di formazione, ma soprattutto di autoformazione. “Esiste una vita per scherzo? No, l’età infantile è costituita da lunghi, importanti anni dell’esistenza, dell’essere umano” (Giuliani 2016, p.13). Perché possa attuarsi un cambiamento, la pedagogia in questo gioca un ruolo importante, nell’educare al rispetto intendo. Dobbiamo rispettare l’ignoranza. Dobbiamo rispettare la sua bramosa ricerca di conoscenza. Dobbiamo rispetto alle sue proprietà personali. Dobbiamo rispetto ai suoi sbagli legati all’inesperienza. Dobbiamo rispetto ai suoi segreti. Dobbiamo rispetto alla profondità della sua vita. Un rispettare che vuol dire accogliere e vivere.

Le nuove generazioni agiscono nella costante angoscia di dover realizzare una vita e delle prestazioni che vadano sempre oltre, verso il raggiungimento di una impossibile perfezione. Perché questo gli chiediamo. Di essere degli esseri umani perfetti. E, in tutto questo, dove inseriamo il diritto del bambino a essere com’è? Ad essere accettato, apprezzato ed amato per quello che è, non per quello che si vorrebbe che fosse. Invece  il bambino parla con le parole di altri, pensa con i pensieri degli altri, agisce con le azioni degli altri: non conosciamo il bambino nella sua purezza “perché non glielo permettiamo. Avrebbe diritto a rimanere in silenzio oppure a dire quello che sente, pensa o desidera, anche se contraddice il punto di vista degli adulti” (Giuliani 2016, p.14). Ma l’animo del bambino è forte e resistente. Il compito di noi educatori è di guidarlo in questa resistenza, permettendogli di vivere e di conquistare il diritto a essere. “Attenzione: la vita moderna è plasmata da un essere brutale, l’homo rapax” (Korczak 2015, pp.65-66). L’homo rapax korczakiano non si è estinto, i suoi passi lasciano ancora profonde impronte su questo pianeta. E ferite profonde nell’anima e nel vivere degli altri esseri umani, nonché sul loro morire. I bambini sono le principali vittime della sua distruttività. Ancora oggi dobbiamo faticare a convincerci dell’indispensabilità e dell’urgenza di riconoscere e garantire i diritti dell’infanzia. Ma siamo davvero capaci, oppure non ancora pronti, ad ascoltare, comprendere ed accogliere l’inno alla vita di Janusz Korczak?

 

La chiave di volta: l’amore pedagogico

 

La parola chiave che apre lo scrigno del suo pianeta pedagogico è la parola amore, retta dal verbo amare. L’amore racchiude e allo stesso tempo dispiega tutti i princìpi qui enunciati. Un amore inteso non in senso romantico o emotivo, ma un amore pedagogico. Un amore che si fa sentire nella capacità di stare vicino, di accogliere la persona che sta di fronte a noi per quella che è e di sostenerla nella realizzazione del suo progetto esistenziale, nella condivisione umana.

Solo così può battere il cuore pedagogico di Janusz Korczak: attraverso un amore equilibrato, coltivato nel terreno dell’educazione, volto alla formazione d un uomo equilibrato. Come riuscire ad elargire questo tipo di amore? Attraverso la capacità di perdonare, anche gli errori più gravi, nella direzione di una rigenerazione universale dell’uomo. Bisogna coinvolgere i bambini in una determinata acquisizione e direzione esistenziale: scegliere il perdono educativo.

L’adulto deve conoscere, accogliere, amare incondizionatamente il bambino che si pone di fronte a lui, spogliandolo dei pregiudizi e delle credenze, così da poter instaurare una relazione di reciprocità. Questo gli potrà essere facilitato se l’adulto saprà tornare alla propria infanzia, attraverso i ricordi del vivere che è stato. Significa conoscere l’infanzia, amarla e, intrisi di essa, perpetuarla nei piccoli momenti quotidiani, nelle piccole azioni, all’apparenza insignificanti, che tuttavia determinano il lento procedere della nostra esistenza. L’adulto deve stare sempre allerta e prestare la massima attenzione.

Deve domandarsi: “il mio amore è un peso per te? […] L’amore è un servizio per il quale esigo un compenso?” (Korczak 2015, pp.22-23). Occorre porsi nella dimensione dell’ascolto e dello sguardo ben direzionato, per capirlo e riuscire ad amare con saggio affetto.

Una storia, un racconto possono permettere ai bambini di far viaggiare la mente, donando ai loro cuori la possibilità di sognare di vivere un altro presente, un futuro da costruire con le proprie mani…

 

I bambini si radunano tutti in veranda per guardare il tramonto. A Varsavia il sole non si vede spesso a causa dei fumi delle fabbriche. Osservano curiosi la grande sfera dorata che scompare all’orizzonte.

Korczak inizia una storia: “E se non tornassimo a Varsavia? E se ci mettessimo in fila per due, prendessimo la nostra roba e, cantando una canzone, ci mettessimo in cammino?›”.

“Per dove?”.

“Verso il sole”.

“Ci sarà tanto da camminare, ma che importa? Dormiremo nei campi e ci guadagneremo quello che ci occorre per vivere nei villaggi. […] e cammineremo, cammineremo, cammineremo…”.

“Bene, e poi?”, chiedono i ragazzi, impazienti.

In quel momento suona la campana della cena e la storia non ha un finale. (Pelz 2012, p. 32)

 

Korczak non lascia il finale aperto per caso: sta ai bambini creare il seguito. E questo è il ricordo di Korczak fatto di puro e semplice amore educativo. Questo è il vero amore che educa e forma all’autorealizzazione del proprio progetto esistenziale.

Ciò che Korczak aveva definito homo rapax nei suoi scritti è niente in confronto a questa brutalità senza scopo e fine. Ora come ora, si vede proprio che l’uomo non vuole sapere amare. O non sa amare? No, non vuole imparare ad amare. Sembra non voler partecipare alla staffetta umana dove il testimone corrisponde proprio al bene più prezioso dell’umanità: l’amore incondizionato.

Ma l’amore serve a tutti noi.  E allora smettiamo di rincorrere le cose da avere… soffermiamoci sulle persone da amare.

Bisogna contribuire a diffondere la conoscenza del pensiero di Janusz Korczak, del suo sacrificio umano che altro non è se non un’immensa attestazione d’amore, specialmente sotto l’aspetto pedagogico: insegnare agli educatori, alle famiglie e agli adulti come amare il bambino, la persona, l’uomo è ancora, tutt’oggi, un compito attuale e necessario.

Riconosciuta l’umanità e l’autenticità assoluta di ciò che Janusz Korczak ha affermato e ha agito, coltiviamolo, senza perderlo, quello che è un contatto pedagogico oltre il tempo, tra il passato e il presente. Janusz Korczak è praticamente inesistente nel patrimonio dei futuri educatori e pedagogisti. Il suo cuore pedagogico non viene presentato a nessun livello di insegnamento. Questa è la maggiore sconfitta, soprattutto in una società non ancora redenta e libera dalla violenza e dalla sopraffazione, in particolare quella nei confronti dei bambini. Una sconfitta che non nasce dal nulla. Essa viene nutrita dalla e, allo stesso tempo, nutre la regressione che sta avvenendo nel riconoscimento dei diritti dell’infanzia, nel rispetto per il bambino-persona-uomo. È indispensabile prendere coscienza, sostenere e agire per l’altrui consapevolezza di questa figura illuminata, permettendo la condivisione della sua luminosa opera fra tutta l’umanità. Alcuni pensatori hanno lottato e continuano a lottare affinché il suo pensiero non vada perduto e possa arricchire e direzionare la nostra pedagogia. Le nostre menti e i nostri cuori.

Anche i bambini-uomini devono conoscere la sua vita straordinaria (e la letteratura per l’infanzia, da questo punto di vista, è una preziosa risorsa).

La pedagogia della condivisione volta a formare l’uomo nuovo, l’homo planetarius, nasce per proseguire il fine e il vivere korczakiano. Non arrendiamoci, allora. Non perdiamo mai la memoria. E resistiamo. Resiliamo. Perché l’importante è essere umani.

 

Riferimenti bibliografici

 

Arkel D. (2009), Ascoltare la luce. Vita e pedagogia di Janusz Korczak,  ATì editore, Milano.

Arkel D. (2010), Mantegazza R., Petrassi E., Pedagogia e Shoah. Frammenti di vite esemplari, ATì editore, Milano.

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Arkel D. (2014), Conoscere la gioia dell’infinito libera dalla paura. L’innovazione di Janusz Korczak, in “Janusz Korczak: un’utopia per il tempo presente”, Quaderni di Palazzo Serra 24, Genova.

Arkel D. (2016), La società pedagogica. Dal pesantemente necessario al benevolmente opportuno, David and Matthaus Edizioni, Pesaro Urbino

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Korczak J. (2015), Quando ridiventerò bambino, Luni Editrice, Milano.

Limiti, G. (1980), La figura e il messaggio di Janusz Korczak, Le Monnier, Firenze.

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Mantegazza R. (2001), L’odore del fumo. Auschwitz e la pedagogia dell’annientamento, Città Aperta Edizioni, Enna.

Mantegazza R. (2012), Nessuna notte è infinita. Riflessioni e strategie per educare dopo Auschwitz, FrancoAngeli, Milano.

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Meirieu Ph. (2013), Pedagogia. Il dovere di resistere, Edizioni del Rosone, Foggia.

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Pontecorvo C. (1989), Che cosa può insegnare Korczak a un educatore oggi, in “Vita dell’infanzia”, n. 9-10, pag. 34.

 

Note

 

[1]  Nel prosieguo del saggio si utilizzerà l’appellativo il vecchio Dottore, nome con il quale lo stesso Janusz Korczak amava presentarsi. Il suo uso è consapevole e giustificato. Ricordiamo: Korczak era un medico che scelse di dedicarsi all’opera educativa. Ma la sua impronta (sguardo) medica non verrà mai perduta e, anzi, sarà sempre attenta, pronta ad osservare il mondo intorno a sé, aiutandolo nella formulazione della sua pedagogia. Tale denominazione, dunque, riflette una forma di rispetto, di riconoscimento di una professionalità, di una vita dedicata al bene dell’altra metà dell’umanità: l’infanzia.

 

Silvia Frontino Nata a Torino nel 1991, dove si laurea in Scienze dell’educazione con una tesi sulla necessarietà di una ricostruzione dell’identità umana perduta. Prosegue i suoi studi a Cagliari, dove diventa dottoressa magistrale in Scienze Pedagogiche con una tesi su Janusz Korczak.