La pedagogia del fragile
Scampia, specchio delle periferie del mondo

di Paolo Vittoria e Davide Cerullo / Con la collaborazione di Chiara Davide e Francesca Santalucia [*]. / Foto di Davide Cerullo

E poi sospeso dai vostri “Come sta”

meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,

tipo “Come ti senti amico, amico fragile,

se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”.

Fabrizio De Andrè

 

Scampia non è solo a Scampia

 

Scampia è uno specchio delle periferie del mondo. Scampia non è solo a Scampia.

Dovunque il disagio sociale aumenta, prima di tutto tra gli immigrati, quelli che emigrano per ragioni economiche, politiche, di guerra, ma non solo loro. Dispersione scolastica, famiglie disgregate, aumento del consumo di sostanze lecite o illecite. Questo per dire ancora una volta che il mondo non è diviso tra nord e sud a livello geografico, ma tra chi dispone di risorse economiche, culturali, produttive e chi no. Non è la geografia, non è la “razza”, è poter accedere o meno agli strumenti di crescita e di benessere: economici, culturali, educativi. Sicuramente c’è il fattore culturale, come quello economico: ogni popolazione tira fuori quello che sa fare, con i suoi mezzi storici, ma non ci sono tante differenze come vogliono farci credere. Se sapessimo di somigliarci tanto forse ci alleeremmo, saremmo solidali, compagni di lotta nei diritti, e a chi detiene il potere questo non va bene. Anche nel Nord c’è il Sud del mondo. Ovunque  ci si deve impegnare perché i bambini vadano a scuola, perché non manchino all’appello, ovunque c’è dispersione scolastica ed educativa. La dispersione scolastica definisce la condizione di ragazzi che abbandonano la scuola (o la scuola che abbandona i ragazzi). La dispersione educativa rappresenta la situazione  di ragazzi che pur andando a scuola non apprendono nulla.

Entrambe le dimensioni sono fortissime a livello globale e espongono le nuove generazioni a una malavita emergente che qualcuno vuole pubblicizzare, spettacolarizzare, ma non è show: è miseria dell’esistenza.

Immaginiamo per un momento che Scampia, specchio delle periferie del mondo,  non esista più. O meglio che non ci sia più quella Scampia delle Vele, della camorra, dei senza speranza, il luogo maledetto del degrado sociale, e magari avesse prevalso la Scampia onesta e dignitosa che pure silenziosamente esiste, molti non saprebbero né più scrivere né più parlare di una Scampia diversa. Quanti giornalisti, scrittori e opinionisti, magari meridionalisti, si ritroverebbero di fronte alla scelta dolorosa di dover cambiare posto, eleggendo qualche altro quartiere a simbolo del male?

Troppe volte in questi anni ci si è avvicinati a Scampia sperando di replicare, con successo, la denuncia-inchiesta di Saviano (2006), non per cercare davvero di capire il complicato e difficile sistema della criminalità come aveva fatto lo scrittore, ma per sfruttare un nuovo immaginario collettivo su Scampia come unica sede della camorra. Eppure Saviano originariamente descriveva la camorra come fenomeno dagli interessi globali, superando esattamente la dimensione folkloristica del fenomeno locale.

La sensazione che a Scampia si faccia turismo dell’orrore, vero o presunto a seconda dei casi, è forte. Chissà, magari un giorno la camorra farà affari anche su questo, abile com’è a trarre profitto dalla necessità dettata dalla miseria, dalla cattiva coscienza e dalla povertà intellettuale e d’animo.

Del resto, l’orrore non manca, ma tuttavia va compreso, analizzato e non utilizzato per la spettacolarizzazione che smarrisce il senso della critica e della stessa realtà. Spettacolarizzare la vita, e in particolare, il dolore, va tristemente di moda. Cosa ben diversa da portare alla luce i mali che attanagliano questo territorio in modo diretto, il che ha la valenza positiva della presa di coscienza e quindi responsabilità sociale. Fare del male uno spettacolo, non più una denuncia, come nella involuzione della fiction Gomorra, confonde il luogo della fragilità e spiazza il campo educativo.

Il nostro contributo vuole essere quello di raccontare non solo la violenza, l’abbandono e il degrado, ma anche la resistenza educativa, della solidarietà sociale, dell’impegno sul territorio. O meglio di farlo raccontare a chi è protagonista di questo impegno. Di ascoltare le voci delle educatrici e degli educatori, delle donne, dei ragazzi impegnati nel sociale. Più voci che raccontano l’etica del prendersi cura, ovvero l’educazione, le sue sfumature di emancipazione, di liberazione della coscienza delle donne, dei ragazzi, degli ex detenuti, mediante lo sport, l’arte, il teatro, i graffiti, la cucina. Che ci fanno ascoltare il suono della resistenza della parola con tutto il suo carico di fragilità e quindi di forza di emancipazione.

La parola, deturpata dal degrado sociale, urbano, messa a tacere dalla assenza storica delle istituzioni, in primis scuole e università, preda della criminalità, dello spaccio, della violenza, dell’attrazione mediatica, della segregazione sociale si libera nell’impegno educativo e sociale. Dare spazio espressivo alla parola agisce come forza liberatrice.

 

Gridas, il risveglio sociale

 

Le Vele di Scampia nascono avvelenate. L’edilizia più spietata che potesse esistere contro i suoi cittadini. Insieme ad essi abita un killer silenzioso, l’amianto. Le Vele appaiono come una distopia urbanistica che imita al suo interno gli ambienti tradizionali della Napoli antica, ma che si è trasformato in una grande occasione per lo spaccio di droga. Un atto criminale dell’architettura che ha contribuito al vuoto deprimente delle relazioni sociali. Apparentemente senza storia, Scampia sembra che non abbia nulla da raccontare al mondo, se non quello della criminalità organizzata che per esistere ha bisogno del degrado e si alimenta dell’abbandono come un mostro vorace. Eppure non è così, la periferia dell’animo umano è un’istigazione alla violenza contro cui esiste una risposta credibile: i valori, la convivialità, le relazioni, l’azione al bene comune. L’educazione. Anche questa è storia da raccontare.

 

 

Una voce storica dell’educazione a Scampia è Mirella La Magna, educatrice nel territorio delle periferie napoletane fin dagli anni Sessanta e co-fondatrice col marito Felice Pignataro, del centro Gridas[1], gruppo risveglio dal sonno, dalla “quinta del sordo” di Francisco Goya: “el sueño de la razon produce monstros”. Il mostro che divora il quartiere alimentandosi del degrado. I mostri sono rappresentati dalle carceri speciali, ossia le Vele, simbolo della prigione sociale in un contesto urbano che funge da ghetto insuperabile. Per quanto molti si affezionano al cemento in cerca del senso di appartenenza, il mostro è abituare gli occhi, il naso e la tua stessa vita a ciò che normale non è. Ti disabitui alla bellezza che non c’è.

Il Gridas educa proprio alla bellezza che invochiamo. Utilizza l’arte di strada, l’animazione sociale, l’immaginazione, la creatività dei graffiti per dare espressione alle voci della protesta, le battaglie contro le ingiustizie del mondo per un risveglio delle coscienze e della umanità. Risveglia la consapevolezza alla bellezza, la possibilità del riscatto e del cambiamento. Dal 1983 organizza il carnevale politico che è probabilmente l’espressione più rappresentativa dell’animazione sociale di carattere civile delle periferie napoletane richiamando partecipazione, non solo nel quartiere, ma in campo nazionale e internazionale.

Mirella, da subito, fa emergere la sua prospettiva sulla storia del quartiere…

 

[…] quando si creò questo quartiere non c’erano negozi, non c’era niente… la gente non sapeva dove fare la spesa perché, per arrivare al più vicino centro, c’era una difficoltà legata proprio alle strade ancora non tutte asfaltate e con cespugli [..] quando hanno iniziato a diffondersi i venditori senza licenza, hanno fatto un favore a tutti, facendo però un primo passo verso l’illegalità.

 

Mirella è la testimonianza di Scampia prima di Scampia. Prima della nascita delle Vele Scampia già esisteva. Al mondo fuori sembra che Scampia sia nata con le Vele, ma è come dire che prima non c’era nulla. Prima c’era campagna. Altro che nulla! Il nome Scampia proverrebbe da scampagnata, passeggiata tra le vie delle campagne. Era una delle terre più fertili del napoletano fino alla legge 167 e la speculazione urbanistica dovuta alla ricollocazione abitativa dopo il terremoto e lo scempio delle Vele attorno alle quali si può ammirare un’assenza totale di infrastrutture.

I primi esercizi commerciali, salumerie, le mercerie sorgono dentro le case, ma progressivamente la criminalità organizzata si approfitta di un vuoto creato da uno Stato che non ha saputo proporsi come sistema sociale. Si sviluppa l’abusivismo a tutti i livelli. L’illegalità è un mercato appetibile per la camorra, visto che crea un contesto economico di facile controllo per la malavita. In questo senso, lo Stato potrebbe giocare un ruolo decisivo. La sua presenza sul territorio, nel campo economico, culturale, sociale e educativo potrebbe e dovrebbe rappresentare una diga, un argine al potere della criminalità. Laddove lo Stato, le istituzioni pubbliche in generale non pongono quest’argine, la camorra si arroga il diritto di esistere e dettare legge, di fare sistema e di offrire una protezione che poi rappresenta un ricatto da cui non si esce più.  In poche parole, la camorra ti dà come favore (ricatto) quello che lo Stato ti dovrebbe come diritto.

Mirella La Magna al carnevale di Scampia

Continua Mirella:

 

[…] la camorra, che vanta di chiamarsi sistema, ti dà una serie di protezioni e tutto quel welfare che non ti dà lo Stato: “tu non ti preoccupare spaccia, se poi ti acchiappano alla famiglia ci pensiamo noi.

 

Naturalmente si tratta di un welfare illusorio. I ragazzi che si lasciano incantare da questo sistema parallelo, hanno vita breve, sono artefici e vittime della stessa violenza, entrano ed escono dal carcere, e non incontrano possibilità di crescita culturale, educativa ed emancipazione della coscienza. Quando escono dal carcere, lasciano un carcere dentro per ritrovarne un altro fuori.

Tuttavia, il sistema parallelo della malavita, diviene attrattivo per molti di loro, visto che offre un guadagno facile e la “protezione”. La professione è vendere morte, dipendenza, malattia, disperazione, lo spaccio di un’esistenza ridotta alla miseria culturale, ma di questo si ha scarsa coscienza. E della scarsa coscienza si approfitta il mostro, “il sistema parallelo”, chiamato camorra, a cui non interessa lo sviluppo, l’educazione, la cultura, ma il sonno, l’incoscienza sociale che rende più malleabile il processo di manipolazione. Un anestetico anzitutto per i più piccoli, i bambini che fanno  cassa alla camorra. Il degrado ha disumanizzato le parole, i valori, il piacere, l’uguaglianza, i beni, l’identità. Non si sa chi si è. Non sai chi sei. Sei invisibile a te stesso. Per questo con molta facilità si finisce nell’emulazione dei miti di Gomorra e delle scene crude delle fiction.

Il senso fittizio dell’emulazione si costruisce in chi non ha impalcatura di valori importanti. L’educazione è anti-camorra quando si adopera per costruire queste impalcature.

Mirella racconta che, inizialmente, negli anni Ottanta…

 

[…] Per farci conoscere qui nel quartiere facevamo molti murales, per lasciare dei messaggi, soprattutto di protesta, per mostrare il disagio su qualche questione, ma aggiungendo sempre una dimensione propositiva per dare una speranza … invece di disegnare vanamente su fogli di carta che poi vengono buttati, dipingevamo le pareti del nostro carcere quotidiano per ispirare una possibile evasione … Da questi murales, anche le scuole conobbero Felice e iniziavano a chiamarlo per parlare con i ragazzini. Felice partiva dal dialogo, chiedeva ai ragazzini come avrebbero rappresentato dei temi da loro scelti, attraverso i murales, e poi chiedeva sempre cosa avrebbero cambiato in quella rappresentazione, al centro del disegno Felice faceva sempre delle persone che si tengono per mano perché per realizzare i nostri desideri, diceva, non possiamo essere soli, altrimenti tutto rimane solo utopia.
Felice utilizzava l’arte non solo per aggregare, ma per passare dalla denuncia alla proposta,  per far in modo che mediante l’azione i ragazzi si sentissero parte, protagonisti e non più esclusi. Che avessero la percezione che si possa cambiare la realtà. Le scuole lo chiamavano per parlare coi ragazzini. Ci chiediamo, come mai la scuola non ha imparato qualcosa da loro?

 

Un clima di normalità

 

Dal 1967 Felice e Mirella hanno portato avanti la contro-scuola per i bambini delle baracche, prima al Campo A.R.A.R. di Poggioreale, poi all’I.S.E.S. di Secondigliano. Nel 1972 e si sono spostati a Scampia, per poi fondare il Gridas nel 1981. Dopo la morte di Felice del 2004, il Gridas ha perso una guida fondamentale, ma dobbiamo essere riconoscenti a Mirella per il fatto che sta dando continuità a quel sogno e a quell’armonia data in eredità da un sognatore come Felice Pignataro.

Le prime esperienza di Felice e Mirella già ci insegnano che l’evasione dal carcere interiore e sociale è possibile creando identità, le relazioni, la voce del verbo “fare insieme per fare arte”. Cosi ci si scopre, si scoprono le proprie potenzialità, i propri sogni. La collettività per il bene comune è la risposta plausibile alla camorra. Impegnarsi solitariamente, individualmente, può portare a quella che possiamo definire la “sindrome dell’eroe”, la volontà ostinata di trasformare, da soli contro il mondo intero… perdendo spesso il senso della nostra vocazione: aprire gli occhi sul senso vero della vita. Cosa semplice? Assolutamente no se permane la carenza di una collettività, che lascia inalterata la dimensione dell’individualismo, dell’isolamento tramite cui la camorra si ingrassa. Si, ma chi è il camorrista? Cosa è la camorra? La camorra è il fenomeno di un non fenomeno, creato da un sistema di spartizione politica dei poteri forti. Creato dall’abbandono. Laddove non c’è cura della terra, ci sono le sterpaglie, che sono i veleni, la forza della camorra. La forza della camorra è prima di tutto fuori dalla camorra. Nel trascurare, non curare, non coltivare, lasciar andare. Non prendersi cura, smarrire il senso del bene comune. Dalla mancanza di cura del territorio, dell’educazione, delle scuole, delle relazioni, dei sentimenti, delle emozioni. Dalla carenza di cura della parola, del dialogo, dell’incontro, della storia individuale e collettiva, si rafforza la camorra. Questo non deve essere mai una giustificazione: la camorra è la risposta peggiore al peggiore dei mali, l’indifferenza. Storicamente, e non solo oggi, la mafia, in particolare nei suoi settori borghesi, utilizza la strategia del dominio, della subalternità e della repressione diretta o indiretta dei movimenti civili, per imporre il suo potere.

 

Più che sulla composizione sociale dei gruppi criminali il concetto di borghesia mafiosa si fonda sulla funzione che la mafia ha avuto nei processi di accumulazione e di formazione dei rapporti di dominio e subalternità (si pensi all’impiego della violenza nella repressione del movimento contadino) e sull’importanza decisiva che ha avuto e ha il sistema relazionale entro cui si muovono le organizzazioni criminali. (Santino 2003)

 

Il sistema di relazioni basato sull’indifferenza da forza alla mentalità mafiosa. La metafora è ancora quella della sterpaglia. Dell’erba velenosa. Che nasce, cresce e si diffonde velocemente, dove non c’è cura del giardino, o meglio cura della terra, che poi è la materia umana. Una metafora che ci riporta drammaticamente alla terra dei fuochi. Nel degrado è possibile sotterrare detriti velenosi, farne un concime per la morte.

 

 

Periferie urbane, come Scampia, spesso appaiono come discariche a cielo aperto, rifiuti vari, da quelli quotidiani, a automobili abbandonate da anni, pezzi di intonaco, copertoni, materiale tossico. La camorra ha interesse a mantenere questo scenario perché giustifica il suo potere.

Come trovare un luogo di aggregazione in questo scenario?

Dice Mirella:

 

L’individualismo a Scampia è stato esasperato dal fatto che queste persone vivono in un posto dove non esistono luoghi di aggregazione, non c’è il senso del comune, gli spazi pubblici non vengono rispettati. All’atteggiamento individualista si accompagna poi quello “casalinghistico” della donna che si occupa della propria casa in maniera maniacale, ma non degli spazi pubblici. Come se qui alla donna venisse attribuito un ruolo specifico, che è quello di occuparsi della casa e dei figli, punto.

 

Più che occuparsi dei figli, spesso le madri si preoccupano dei figli, trasferendo ansie sulla loro vita.

La condizione delle donne è relegata a un ruolo sociale subalterno. Delegata alla cura “maniacale” della casa e non dedita al bene comune la donna a Scampia deve fare i conti non solo con i mali del territorio, ma anche con un ruolo di marginalità. Centri anti-violenza come il Dream Team fanno un lavoro importantissimo sia per accogliere le donne che per dare opportunità di attività che siano in grado di promuovere l’auto-stima, la coscienza di genere, il benessere.  Siamo ancora nel campo del terzo settore che si trova a dover rispondere alla assenza dello Stato.

A volte, viene da chiedersi: una mamma di Scampia di fronte ai bisogni dei figli, cosa farebbe?  Una madre cosa fa? Cerca di rispondere al bisogno di un figlio e se il figlio piange, cosa fa la madre? Ma cosa fa una madre quando un figlio non esprime bisogni, se non esprime un desiderio neanche quando gli cade una stella cadente in testa? Cosa fa un’educatrice, un educatore di fronte all’assenza di desiderio? Perché il maggior bisogno che emerge sembra essere proprio quello di avere desideri.

Dice Mirella:

 

[…] noi cerchiamo di far nascere un bisogno che non c’è. Il bisogno di cultura che non si avverte perché questo è un quartiere nato senza scuole e ci sono state generazioni di ragazzini cresciuti con l’orgoglio di avercela fatta anche senza scuola, quindi ai figli non hanno trasmesso il bisogno di cultura. Questo bisogno può nascere facendogli capire attraverso il dialogo che c’è qualcos’altro, un altro modo di vivere. Scampia è quella che è, con il bene e con il male mischiato, quindi non bisogna mai fare una netta divisione, la divisione interrompe il dialogo.

 

La divisione interrompe il dialogo, la vita, la crescita, la possibilità di sogni spendibili, la possibilità di scoprirti, la possibilità di prendere il largo e confrontarsi con altre realtà. Interrompe l’esistenza stessa. Interrompe, cancella! C’è un’alternativa: un altro modo di vivere, basato sulla cultura. Si tratta di un fattore di cultura e un fattore culturale. Nessuno nasce criminale, non è scritto nel DNA. Criminali si diventa, non si nasce, al contrario di quello che è stato teorizzato dai lombrosiani, pseudo-antropologi che consideravano caratteristiche di conformazione fisica di chiaro stampo meridionale, la radice dell’inclinazione alla criminalità (Teti 2011). Criminale è anche stigmatizzare la criminalità. Il contesto sociale, le strutture educative, la presenza di scuole, università, opportunità di lavoro, toglie spazio alla criminalità. È una questione sociologica e non antropologica. La criminalità paradossalmente organizza i bisogni dei ragazzi. I bisogni illusori, specchio delle allodole: il guadagno facile, i beni materiali, le scarpe nuove. Torniamo ancora sul tema del bisogno o  del desiderio. La camorra utilizza quello che i genitori spesso usano per tenere buoni i propri ragazzi. Rendere la vita facile. Anche nelle famiglie cosiddette normali, i valori divengono disvalori. Possiamo dire che la camorra vizia le sue vittime come certi genitori di famiglie benestanti viziano le loro. Li vizia e li condanna alla dipendenza. Scampia non è solo a Scampia. È nei soldi facili, motorini facili, scarpe facili. Tutto facile. Tutto e subito. Poi la camorra si prende la vita e l’atteggiamento di un genitore di questo tipo, ti rende infelice. Come la camorra. La camorra sta nella coscienza, certo non nel DNA. Sta nel dilemma tra essere e avere: come scrive Erich Fromm, “dal momento che la società in cui viviamo è dedita all’acquisizione di proprietà e al guadagno, raramente ci capita di trovarvi manifestazioni della modalità esistenziale dell’essere, e la maggior parte di noi considera la modalità dell’avere come la più naturale” (Fromm 2016, p. 41).

La vita facile ti fa avere, possedere, conquistare, falsamente sentirti padrone di quello che hai, ma che in realtà non sei, anche se c’è la consapevolezza di morire giovani. Divorare la propria vita, come la paranza dei piranha o la paranza dei bambini descritta da Saviano. Che tralascia drammaticamente l’essere e scompare progressivamente in questa abbondanza di nulla. Da dove nasce, dunque, la violenza? Difficile una risposta sola, univoca, ma certamente galleggia molto bene nell’oblio dell’essere, nel dimenticarci di esistere, di vivere, di dare valore alle cose essenziali, piccole che ti fanno crescere come persona e che oggi non hanno assolutamente più valore e senso di esistere. Quello che per i nostri padri ieri aveva valore, oggi non vale nulla. Questo è l’inganno della mafia, ma anche del capitalismo che, come la mafia, come la peggiore delle mafie,  ha solo fame e ansia di denaro, denaro, denaro. Questo malessere, che è un non essere, disorientamento, mancanza dell’essere con gli altri, viene alimentato dall’assenza di relazioni, di incontri, di responsabilità, di corresponsabilità. Spesso riempiti da droghe come la stessa dipendenza digitale di massa.

Ecco perché oggi hanno spesso successo drammaturgie dove non c’è speranza.

L’alternativa? La speranza, l’incanto, come testimonia Mirella

 

è che si riesca a salvare questi ragazzini che si affacciano al mondo della camorra perché loro sono le prime vittime, non hanno avuto scelta, ed è proprio questa che va restituita.

 

Vittime di cosa? Vittime di una mentalità di cui loro stessi divengono complici? Vittime  della loro complicità? Della loro inconsapevolezza? Dei loro genitori? Dei loro educatori? Dei diseducatori? Della televisione? Della scuola? Questi ragazzi prima di essere vittime dei loro errori, sono vittime di un sistema più grande di loro. Questa condizione ha senso di esistere in uno stato di emergenza. Lo stesso vittimismo può essere pericoloso se vuol condurci a credere che non ci sia possibilità di un futuro e che si vive per rassegnazione. La rassegnazione disumanizza.

A Scampia, come altrove, c’è bisogno di creare un clima di normalità. Rendere ordinario, quello che appare come straordinario; riportare la bellezza all’ordine del giorno. Crearla. Inventarla, scovarla, laddove sembra che non possa esistere. L’essere visionari ci salva dalla drammaturgia del “senza speranza”, dal sonno sociale. Del resto, lo stato di eccezione rende eroico quello che dovrebbe essere normale, per le difficoltà che si incontrano.

Dovrebbe essere normale avere una palestra. Insomma, dovrebbe essere cosa ordinaria che un quartiere abbia una palestra di riferimento dove ragazze e ragazzi facciano sport, si incontrino e socializzino. Eppure aver fondato una palestra nel centro di Scampia, basata sui valori educativi oltre che dello sport, come ha fatto Gianni Maddaloni, risuona giustamente come un atto eroico. Dovrebbe essere normale avere un luogo di aggregazione, una cucina, un ristorante, frequentato da persone di diverse culture invece, risulta effettivamente straordinario il ristorante italo-rom Chiku, uno dei pochi luoghi di cucina aperti al quartiere con uno scopo sociale. Non c’è manutenzione del verde, cura delle strade. Dovrebbe essere normale la cura del territorio e invece nasce una associazione (Pollice Verde) che cerca di sopperire alle mancanze. A Scampia c’è un impegno nel sociale straordinario, dal centro Mammut, al centro anti-violenza Dream team, all’uomo e il legno, al centro Hurtado. Tuttavia, ancora una volta sono tutte risposte che vengono dal terzo settore e che sopperiscono alla mancanza reale di un vero impegno istituzionale.

 

 

A Napoli, come in altri luoghi del mondo, ci sono periferie che pullulano di cultura. Prendiamo il caso di Forcella, una periferia dove il teatro Trianon, le pizzerie e le botteghe antiche rappresentano dei riferimenti storici e culturali. Scampia appare come la periferia della periferie. Perché oltre al degrado, i problemi sociali e la disoccupazione, manca la presenza storica della cultura.

 

Il carnevale politico

 

A Scampia le cose belle non possono essere chiamate ordinarie, ma sempre e solo straordinarie. Come se la bellezza appartenesse solo a una certa categoria di persone, e basta. Ecco perché esistono gli eroi della legalità, dell’antimafia, della resistenza anticamorra. Sembra che non possa e non debba essere normale che la bellezza sia un diritto sacrosanto. La bellezza è creata dalla cultura che cresce nella creatività, nella fantasia, nell’immaginazione, nel simbolismo, nel gioco, nel travestimento, nella magia, non nell’eroismo. Ci sono quindi grandi esperienze artistiche che promuovono bellezza, come la compagnia di teatro Arrevuoto, il teatro dei ragazzi che stravolge la tragedia greca per portare in scena  situazioni di vita delle periferie. Il centro Mamu che utilizza la globalità dei linguaggi, come strumento di musica-arte-terapia per il recupero di ragazzi con disabilità. Ancora terzo settore … ancora risposte autonome alla mancanza di politiche pubbliche. Da parte sua, il Gridas dal 1983 promuove lo spazio espressivo nel Carnevale politico di quartiere che coinvolge gran parte delle realtà socio-educative del territorio. Come spiega Mirella:

 

quando all’inizio abbiamo cominciato con il carnevale di Scampia, eravamo pochissimi e con pochi strumenti, ci sentivamo quasi stupidi, ora il carnevale è molto conosciuto e le persone arrivano da diverse parti d’Italia per ammirarlo.

 

Il carnevale è un’occasione per aggregare tutte le associazioni e i cittadini, è un modo per farsi sentire. Mirella lo definisce politico:

 

portiamo il carnevale fuori perché è festa di strada e di piazza e costruiamo i costumi noi […] il discorso era quello di fare un carnevale politico che riguardasse non un singolo individuo, ma la collettività.

 

Il senso del politico sta nell’uscire fuori le mura per farsi ponte, creare collettività, portare le scuole nelle strade del quartiere, sprigionare il malessere nel canale positivo dell’arte e della gioia: questa è politica. La politica che vive dentro di noi. Non quella retorica, burocratica, affaristica che non è politica, ma esercizio di potere e favoritismo. La politica, nel senso più genuino del termine, è epidermide, parte della nostra pelle, della nostra esperienza, del nostro vissuto. Questo è il senso che ci restituisce il carnevale di Scampia, il senso vivo della politica aperta, del bene comune: l’arte. Chiamiamola anche senso civico, solidarietà sociale, responsabilità condivisa se la parola politica vi spaventa.

Il carnevale politico  trova una sintesi creativa di tanti elementi culturali inespressi. La collettività, la partecipazione, la cultura, lo stare insieme, l’aggregazione, l’arte, il gioco, il divertimento. Ogni anno assume un tema diverso. Ne ricordiamo solo qualcuno: “la vita contro la morte”, “la pace contro la guerra”, “il senso e il non senso”, “l’angoscia e l’utopia”. Questi sono temi di contrasto, di conflitto sociale, esistenziale, politico. Poi ci sono quelli surreali, ironici, di pura satira come “Frankenstein & la new economy contro l’umanità”, “Osama Bush Laden e la guerra contro l’umanità”. Quelli di più stretta attualità sui temi dei rifiuti: “Accordi e rifiuti ovvero inferni e paradisi fiscali”. Risulterà chiaro quanto il tema sia ironicamente politico e, come nella migliore tradizione del carnevale, si utilizzi, l’ironia, il sarcasmo per svelare questioni sociali. In senso metaforico, utilizzi la maschera per smascherare. Come la satira.

L’azione della maschera, dell’armonia dei colori, del mettere insieme tante persone, la magia, la musica, dirompente e trascinatrice, oltre che un atto di cuore diviene un atto rivoluzionario. Svelare la realtà. Crediamo che il carnevale sia, proprio per questo, la cosa più riuscita fatta a Scampia. Oggi, come sempre i sogni sono necessari. Sognare è necessario, quanto vivere. A cosa si riduce la vita di chi non sa sognare? L’iniziativa di Felice e Mirella è da considerare il più grande atto di democrazia e di libertà di sognare. La più alta espressione di libertà e verità del sogno come metafora della realtà. Di chi si mescola a una situazione di fragilità per andare a individuare il punto debole di un disagio, per provare a fare la sua parte, per mettere a disposizione la propria quota di responsabilità verso quel disagio.

Sogni, politica, arte ribaltano nella loro storia la desolazione di una condizione umana di un carcere a cielo aperto.  Nel carcere sembra che il tempo non passi mai, la sensazione è una non interruzione del tempo. Ci sono periferie dove provi la stessa sensazione. Periferie dell’animo umano. In cui non senti neanche il tempo scandito dal ritmo della giornata. Si vive  in una sensazione di angosciante fissità. Il carnevale di Scampia rompe questa sensazione diviene per questo irriverente, controcorrente, contro-tempo.

Il tema scelto per il carnevale del 2018 è stato il “fuoco”, sia per gli incendi che hanno attraversato la penisola distruggendo territori, coltivazioni, spazi verdi sia per l’incendio doloso che ha devastato il campo rom di Scampia nell’estate del 2017. Si tratta quindi di un carnevale che, in entrambe i casi, denuncia un’azione criminale. Non sono, infatti, semplicemente incendi dolosi, ma azioni gravissime di carattere intimidatorio e a stampo malavitoso.

 

 

Il titolo del carnevale è stato Mezzogiorno di fuochi e il sottotitolo utilizza espressioni del dialetto napoletano: “chi appiccia” (chi incendia), “chi scioscia” (chi alimenta) e “chi stuta”(chi spegne).

Queste tre azioni riportate dal carnevale di Scampia ci fanno ragionare su modi di agire diversi. Chi accende il fuoco, chi soffia sul fuoco e chi spegne il fuoco: chi “appiccia”, chi “scioscia” e chi “stuta”. Possono essere anche rilette nel campo della criminalità, o dell’educazione. Sono metafore, come il carnevale. Come la poesia. Come la scrittura.

Chi è che “appiccia”? Chi ha un tornaconto economico, facendo valere la vita meno di un bicchiere d’acqua. Chi ha interesse del degrado, chi ha interesse ad alimentare il potere economico della malavita organizzata. Chi ha interesse a far diventare la periferia un luogo negativamente leggendario, chi cerca la platea, gli applausi, il riconoscimento, non il bene comune.  Chi crea un vuoto sociale, di assenza delle istituzioni e il vuoto esistenziale di carattere culturale, appiccia la desolazione.

Chi “scioscia”? I media, le fiction, il marketing televisivo del dolore, la distrazione delle istituzioni, a cominciare dall’università, che mancano nelle periferie. L’apatia sociale. L’omertà, la connivenza, il silenzio, l’indifferenza. Il malaffare economico, politico.

 

 

Chi “stuta”? I centri sociali e culturali, la resistenza politica! La forza degli sconfitti, dei rassegnati, che si danno un motivo in più per ricominciare. Il futuro non è dei vincitori, ma di chi abita un territorio desolato perché gli vuole bene. Chi lavora per rendere possibili i sogni. Chi stuta? Chi non parla solo di speranza, ma prova a sperare nella pratica quotidiana. Chi non si sottomette, chi non si adatta, chi non se ne va oppure se ne va e poi ritorna. Chi parla e non ha paura. Anche chi ha paura e convive con la paura e lotta per superarla.

Chi stuta il fuoco sa anche di  ribaltarne il significato, visto che il carnevale ha il potere di giocare con i simboli, riscattarne significati.

Dice Mirella:

 

L’ambiguità del fuoco sta però nell’essere anche motore di civiltà, furore di chi resiste e passione che anima chi lotta per arginare il degrado. Poi, come sempre, chi più ne ha più ne metta.

 

Oggi Scampia si trova ad affrontare il fenomeno di chi soffia sul fuoco della camorra, sullo stereotipo e dell’imitazione di eroi negativi, personaggi violenti e distruttivi. Ad alimentare questa situazione, dice Mirella, sono spesso i mass media, che fanno parte di quelli che “sciosciano” (che alimentano):

 

problemi noi ne abbiamo e tanti, però se questi problemi li metti sotto la lente d’ingrandimento e ne parli oggi e ne parli domani… chiaramente l’immagine è uno specchio deformante, non è che quello che sta nello specchio non sei tu, però ti ingrandisce un particolare in maniera abnorme e tu diventi un mostro, non sei più la persona armoniosa che bene o male, in qualche modo sei.

 

Ovviamente il tutto dipende dall’uso della lente di ingrandimento. Mirella ci riporta il senso della distorsione mediatica che ingigantisce un problema. Se ribaltiamo il senso della lente, e lo usiamo per decifrare meglio un fenomeno, lo analizziamo nei dettagli da studiosi per ben vedere come affrontarlo, svilupperemo l’interesse e la curiosità per capire cosa c’è dentro e dietro la realtà. Se la lente di ingrandimento non è il cannocchiale, ma la fiction, allora è solo uno strumento di riproduzione dell’immagine, dell’universo fittizio e non di scomposizione scientifica di un fenomeno reale. Bisogna avere il coraggio di buttare giù il velo di cataratta per partecipare alla responsabilità di studiare e conoscere il problema reale.

 

Un quartiere allo specchio

 

La sfida lanciata dal carnevale è, quindi, quella di “uscire dal fuoco”. Per uscire dal fuoco bisogna trapassare il dolore, la fragilità, la paura, accettarla, non farsi ingannare dagli stereotipi, che sono solo esterni, ma riferirsi al pensiero vivo.

Il carnevale politico, come altre forme di aggregazione basate su temi sociali, è anche di utilità per contrastare il crescente fenomeno della violenza giovanile. Il fenomeno, più che reale, a nostro avviso non va tuttavia letto come distorsione antropologica. Equazioni semplicistiche del tipo: Scampia (Napoli) = camorra = gomorra = violenza\baby gang.

Il fenomeno della violenza è più complesso, diffuso e non vanno sottovalutate le ragioni sociali e psichiche di questa problematica che, a livello sociale, si concentra sempre più sulla violenza gratuita, immotivata, disorientata, di rappresaglia. Si tratta, purtroppo di una dimensione di portata globale e che trova spesso la scuola come luogo di frontiera. La scuola è stata troppo responsabilizzata per il dilagare della violenza: “è tutta colpa della scuola”, si dice! Noi crediamo che la scuola non sia responsabile della violenza urbana, ma abbia la responsabilità di riflettere seriamente sulla violenza mettendo a disposizione strumenti di analisi sociologici, psicologici, pedagogici, relazionali e di formazione in senso ampio e non lasciandosi trascinare nei luoghi comuni.

Scampia, quindi, come altri quartieri, territori, resta sospesa tra i due volti, quello della malavita, della criminalità, dello spaccio, della violenza amplificato a tutti i livelli e quello della resistenza educativa, culturale, sociale spesso invisibile, clandestino dal punto di vista mediatico. Ne risulta davvero l’immagine di un “quartiere allo specchio”, in cerca di identità, in una linea d’ombra.

I riflettori sono tutti puntati sul male di Scampia. Immagini aggressive, distruttive, soggetti violenti trasformati in supereroi. Una narrativa che fa della realtà della disperazione umana, uno spettacolo surreale.

Mirella dice:

 

Nel momento in cui il libro diventa film compaiono le immagini e queste immagini sono le vele, i ragazzi che sparano. Queste immagini ci perseguitano e ti si ficcano in testa, e sono le immagini e non il concetto, per cui tutto il discorso vasto di Saviano si restringe in un posto, in un luogo, viene localizzato e quindi pare che il problema della camorra sia Scampia, le vele la gente che ci abita […] in più io mi preoccupo della ricaduta di queste immagini sui nostri ragazzi […] ci sono ancora persone fragili.

 

Uno dei problemi è legato all’emulazione. Parliamo di ragazzi che già vivono un mondo fragile all’interno delle mura domestiche che si rafforza in fragilità e si spezza.

L’imitazione e l’immedesimazione non sempre è negativa. Pensiamo alla tragedia greca. L’immedesimazione diviene catarsi alla tragedia. Una liberazione dal male visto in scena.

Il paradosso è andare fieri di eroi crudeli, delle cose di cui avremmo dovuto vergognarci, perché ferita sarà, da immagini crude, la più sensibile parte del corpo umano: il cervello. Così quando calerà il sipario della finzione e scopriremo che esistiamo anche oltre lo schermo, che abbiamo delle storie da costruire e non dei rotocalchi in cui immedesimarci o no, capiremo di esistere per quello che siamo.

L’educatore brasiliano Paulo Freire ci ha spiegato molto bene quale può essere il significato dell’emulazione, imitazione nel suo libro Pedagogia degli Oppressi (Freire 2002). L’oppresso interiorizza nella sua coscienza l’immagine, ovvero l’ideologia, il mito dell’oppressore. Vive al suo interno una sorta di duplicità, di dualismo di essere sé stesso, ma anche l’oppressore. La sua liberazione sarà possibile soltanto se riconoscerà questo dualismo nella propria coscienza. La condizione di oppressione porta l’oppresso a rifugiarsi in una realtà fittizia.

L’oppresso non si sente in grado di modificare la realtà concreta e quindi ci si rifugia in un universo non reale, fittizio. E non si può cambiare la realtà con l’irrealtà. Freire si riferiva in particolare ai contadini analfabeti del Brasile e dell’America Latina, ma la sua riflessione si può estendere anche ai ragazzi delle periferie urbane degradate (e non solo) (Vittoria 2008). In sostanza, il senso di imitazione nasce da un vuoto esistenziale e da una condizione di oppressione in cui non si intravedono alternative. Non trovando l’alternativa nella vita concreta, si va in cerca di miti da emulare e poco importa se questi miti sono rappresentati dagli eroi negativi, feroci o altro. Se Freire parla di oppressi e oppressori a Scampia possiamo parlare di “fottuti” e “fottitori” di cui le Vele finiscono con l’essere il simbolo. Le vele opprimono. Se si vuol capire bene la pedagogia dell’oppresso basta guardare le Vele.

Sono tanti gli episodi di cronaca che si sono susseguiti negli ultimi tempi e che hanno avuto come possibile sfondo quello di una violenza gratuita di carattere emulativo. Era fan della serie TV Gomorra un ragazzo che ha preso a pugni una signora di 77 anni per futili o inesistenti motivi.[2] Surreale e inquietante anche il fenomeno per cui la stanza di Ciro, personaggio di Gomorra, diviene meta ambita dai fan[3]. Per non parlare della aggressione a uno studente utilizzando la tecnica del “cinturino” dell’orologio, capovolto e stretto all’altezza delle nocche delle dita della mano per trasformarlo in tirapugni: la tecnica è mutuata dalla fiction.[4] Naturalmente si tratta solo di una concausa a cui non va attribuita una responsabilità maggiore di quella che è. Il problema sta nella condizione di emulazione e non nella fiction in sé. Il problema è, quindi, educativo e non solo di produzione culturale. Anche Mirella si mostra sensibile rispetto al tema:

 

Prima di tutto il fatto di sentirsi tutti invidiosi di quelli che per caso sono stati scelti, perché si fanno i casting e i provini, c’è gente in fila per recitare e quelli esclusi stanno “incazzatissimi” e dicono: e che ci vuole tanto a fare tutututu (sparare) e quindi c’è l’imitazione per primo.

Poi ci sta quello che è più fragile cioè come se tu che sei una bella ragazza un giorno stai male, male, male e l’unica foto che ti faccio io è quella in cui tu stai tutta cosi male e quella foto io te la metto sempre davanti e tu pensi madonna e come so brutto, cioè ti vedi sempre in quella versione brutta.

 

Se è vero che un bambino è il luogo che vive, un luogo come le Vele di Scampia rende il bambino infelice e riprodurre mediaticamentene, non criticamente il brutto, di quel luogo diventa uno stile di vita che sfocerà in violenza di cui troppi saranno eredi.

Lo specchio distorto, effetto di rappresentazioni di massa, può essere propulsore di una violenza già esistente e dovuta a condizioni strutturali, sociali, in particolare all’emergenza del lavoro, della casa, della scuola. Un bambino senza istruzione, sapere, conoscenza è come un passero senza ali. Che si schianta al suolo perché non può volare.

Se conosco so parlare, se conosco so decidere, se conosco posso scegliere, se conosco so come difendermi, se conosco so come crearmi la possibilità di futuro. Se conosco, posso avere la meglio sulle realtà negative. Se conosco, posso distinguere tra finzione e realtà. Se conosco, posso avere la meglio sugli oppressori.

Ecco, abbiamo bisogno di maestri che ci insegnino il valore profondo della lettura, istruzione, conoscenza vera. In realtà è questo che manca a livello mondiale.

Dalle parole di Mirella:

 

c’è qualche buon maestro, si sta creando anche un bel legame con il territorio […] Nel momento in cui la scuola si lega al territorio si riesce a coinvolgere… anche se immediatamente non lo vedi, sottilmente qualcosa c’è e si muove […] Abbiamo portato le insegnanti fuori dalle scuole e questo è stato molto importante.

 

 

Il lavoro, come la scuola, è una necessità. Se manca, se non ci sono opportunità, c’è poco da fare. Si hanno due alternative: o la disoccupazione, o la criminalità. Oppure entrambe.

 

Qua se non “cacciano il lavoro” la gente sarà sempre soggetta a queste cose c’è un nervosismo generale in cui crescono i bambini cioè in una situazione di tensione pazzesca. All’epoca vedevo che la vita dei baraccati era diversa dalla vita del proletariato normale. Li c’era più nervosismo, i ragazzini crescevano più furbi perché la loro educazione non dipendeva da certe regole che tu infrangevi o non infrangevi, ma dipendeva dall’umore dei genitori. Allora se la giornata era andata bene perché il padre aveva guadagnato qualcosa, il ragazzino poteva anche aver fatto un guaio tremendo ma non veniva punito. Se invece i genitori erano esasperati perché presi dal loro problema, il ragazzino era nei guai e quindi quello furbo magari scappava e tornava quando i genitori si erano calmati […] Ora ancora è molto diffuso perché c’è un nervosismo più forte e ovviamente tutto ciò non ti dà una linea educativa.

 

Da tenere presente che Scampia vanta un primato assai poco invidiabile in termini di analfabetismo, dispersione, disoccupazione.

La realtà drammatica è quella di un quartiere devastato dall’assenza di istruzione e dalla fame di lavoro. Qualche dato? Il tasso di disoccupazione è del 61,7% (media cittadina 42 %), quello della disoccupazione femminile è del 73,4% (media cittadina 49,1%)[5].

Molta camorra è disoccupazione, povera gente, fame di lavoro. La mancanza di lavoro disumanizza, lo dice in modo esemplare Gianni Rodari, in forma di filastrocca…

 

Grande grande, grosso grosso,

un cappellaccio in testa,

stava lì certamente

per farci la festa…

“E che faceva?”. “Niente.

Che mai doveva fare?

Con quelle braccia larghe

era brutto da guardare!”.

“Non lavorava?”. “O via,

te l’abbiamo già detto.

Stava ritto tra i solchi

con aria di dispetto…”.

“Uno spaventapasseri,

ecco cos’era, allora!

Non sapevate che

non è un uomo chi non lavora?”[7].

 

Ecco, se ci privano del diritto di lavorare possiamo ridurci allo spaventapasseri “disegnato” dalla filastrocca di Rodari. “Chi è un uomo”, quindi? Cosa ci rende umani? La risposta è semplice: istruzione, lavoro, socialità.

Scampia, cosi come tante altre periferie del mondo, è disumanizzata dalla mancanza di questi ingredienti fondamentali per la sopravvivenza sociale. Lo specchio deformante è quello di un quartiere che ha un’attrazione fatale per la violenza, la distruzione, la morte. Tra la realtà e lo specchio, tra immagini riflesse c’è un divario enorme. Qui l’educazione, la relazione, l’arte, la coscienza sociale giocano un ruolo fondamentale, ma tutto questo non basta se non ci saranno programmi reali di sviluppo sociale basati sul lavoro.  Eppure l’opinione pubblica sembra essere attratta più dallo specchio, dall’immagine riflessa che dalle condizioni reali. Certo, perché lo specchio riflette, ma non è quello che bisogna cambiare; la mancanza di fiducia porta alla convinzione, che si pianta come un chiodo fisso nella testa, che è inutile essere una persona onesta. È più facile rifugiarti nello specchio, oppure adagiarti su proiezioni deformanti che non puoi cambiare. Bisogna anzitutto cambiare la percezione del reale. Oltre lo “specchio deformante” la situazione è ancora di degrado e il disagio è certamente diffuso, profondo, sociale e poi individuale. Di questo disagio reale il contesto educativo, e con esso l’università, la scuola deve farsi carico.

Restiamo convinti che con le immagini fittizie non si cambia la realtà, ma la si subisce e ci si confonde con le distorsioni mediatiche, quindi mentali. Restiamo convinti che con la relazione si crea l’azione, azione è quindi creazione, creatività, a partire dalla materia cruda, dura, a partire dalla materia prima e non dalle immagini riflesse. Creatività non si subisce, si agisce. Restiamo convinti che senza una programmazione seria su scuola e lavoro, le esperienza virtuose saranno romanticizzate e non utilizzate per lo sviluppo del territorio.

La strada è stretta, difficile, inquieta, ardua, ma come abbiamo detto, la via facile, diseducativa è quella del tutto e subito. L’alternativa, l’unica possibile, è costruire, ma, per costruire, prima ancora di abbattere le Vele, bisogna abbattere muri, pareti, resistenze. I muri della segregazione, le pareti del carcere interiore, le resistenze del ghetto, dell’isolamento culturale. Costruire abbattendo.

Così si esprime il poeta partigiano Alexandros Panagulis (2017),

 

Istante non resta per riflettere

Giorno e notte

Costruisco la Risurrezione

Costruisco abbattendo.

 

Riferimenti bibliografici

 

Cerullo D. (2016) Diario di un buono a nulla. Scampia, dove la parola diventa riscatto, Sef, Firenze.

Cerullo D. (2017), Poesia cruda. Gli irrecuperabili non esistono, Marotta e Cafiero, Napoli.

Freire P. (2002), La pedagogia degli oppressi, Ega, Torino.

Fromm E. (2016), Avere o essere?, Mondadori, Mondadori.

Panagulis  A. (2017), Vi scrivo da un carcere in Grecia. Memorie di un partigiano contro la dittatura dei colonnelli, Pgreco, s.l.

Rodari G. (2013), Il secondo libro delle filastrocche, Einaudi ragazzi, Torino.

Santino U. (2003), Borghesia mafiosa, in “Narcomafie”, n. 12, dicembre 2003: Dizionario di mafia e di antimafia. In rete: http://www.centroimpastato.com/borghesia-mafiosa/

Saviano R. (2006), Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori, Milano.

Teti V. (2011), La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale, Manifestolibri, Roma.

Vittoria P. (2008), Narrando Paulo Freire. Per una pedagogia del dialogo, Carlo Delfino, Sassari.

 

Note

 

[*]  Paolo Vittoria e Davide Cerullo sono gli autori del testo. L’intervista a Mirella La Magna è stata condotta da Chiara Davide e Francesca Santalucia.

[1]  http://www.felicepignataro.org/home.php?mod=gridas

[2]  F. Mari, Anziana picchiata, si costituisce l’aggressore: è fan di Gomorra, www.ilmattino.it, 6 gennaio 2018.

[3]  A. E. Piedimonte, “È libera la camera di Ciro Di Marzio?” L’hotel di Gomorra fa il pieno,  www.lastampa.it, 30 dicembre 2017.

[4]  L. Del Gaudio, Ciro preso a botte come in Gomorra, l’orologio trasformato in tirapugni, www.ilmattino.it, 20 gennaio 2018; Redazione, Baby gang imita una scena di Gomorra durante il pestaggio di un 15enne, www.napolitan.it, 20 gennaio 2018.

[5]  Dati ISTAT riportati dalla Regione Campania. http://www.regione.campania.it/assets/documents/file_6832_GNR.pdf

[6]  Parte della poesia Chi è un uomo (Rodari, 2013).

 

Paolo Vittoria nasce a Napoli nel 1976. Comincia il suo percorso come educatore presso la Casa dello Scugnizzo. Qui comprende la necessità di legare teoria e pratica e comincia a dedicarsi alla ricerca oltre che all’azione educativa. Dopo aver svolto un dottorato di ricerca si trasferisce in Brasile, dove lavora insieme ai movimenti di educazione popolare e di pedagogia critica. Dal 2008 al 2017 insegna Filosofia dell’Educazione e Educazione Popolare all’Università di Rio de Janeiro. Rientra in Italia nel 2018, presso l’Università Federico II di Napoli, dove attualmente insegna Pedagogia Sociale. Autore del libro Narrando Paulo Freire. Per una pedagogia del dialogo (Carlo Delfino, 2008), tradotto in rumeno, portoghese, spagnolo, inglese, e turco. Co-autore con Antonio Vigilante di Pedagogie della Liberazione. Freire, Boal, Capitini e Dolci (Edizioni del Rosone, 2011), tradotto in portoghese, e con Peter Mayo di Saggi di Pedagogia Critica. Oltre il neoliberismo (Società Editrice Fiorentina, 2016) Ha pubblicato recentemente L’educazione è la prima cosa! Saggio sulla comunità educante (Società Editrice Fiorentina, 2017)

 

Davide Cerullo nasce a Napoli nel 1974. A 16 anni viene arrestato per droga, a 17 anni viene “gambizzato” da killer di clan rivali, a 18 anni viene arrestato e mandato a Poggioreale. Proprio qui ha fatto l’incontro più rivoluzionario della sua vita: attraverso la lettura della Bibbia accoglie pian piano il messaggio di liberazione umana. La sua esperienza in carcere è raccolta nel libro Parole evase (Edizioni Gruppo AEPER, 2013), dove viene data voce a lettere e testimonianze di uomini e donne che altrimenti sarebbero state per sempre taciute. A partire dal questa esperienza ha messo in piedi vari progetti educativi destinati ai ragazzi del quartiere Scampia e si impegna mediante la letteratura, la poesia e la fotografia per la giustizia e il riscatto sociale.
Tra i suoi libri, ricordiamo, Ali Bruciate (Paoline Editoriale, 2009) La ciurma dei bambini e la sfida al pirata Ozi (Napoli, Dante e Descartes, 2013), Diario di un Buono a Nulla. Scampia dove la parola diviene riscatto, prefazioni di Erri de Luca e Paolo Vittoria (Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2017), Poesia Cruda. Gli irrecuperabili non esistono, prefazioni di Andrea Canevaro e Alessandro Santoro (Napoli, Marotta e Cafiero, 2017).