Per educare alla felicità

di Gabriella Falcicchio

 

Educare alla felicità esce nel 2016 per i tipi della casa editrice la meridiana di Molfetta. Luogo storico di coltivazione della nonviolenza, secondo l’ispirazione di don Tonino Bello raccolta da Guglielmo Minervini, la casa pubblica da 30 anni libri uniti dalla comune ispirazione di modificare le pratiche educative, sociali, politiche di routinaria apatia per trasformarle in pratiche generative di umanità, comunità, condivisione. Nell’ambito di questa ispirazione che prende forma in molti modi, vengono avviati percorsi formativi che vedono gli autori ogni anno più attivi nell’incontrare insegnanti, educatrici ed educatori, dirigenti scolastici/che e chiunque voglia darsi opportunità formative diverse dal mainstream.

In questo solco nasce anche il libro di Lucia Suriano (nella storica collana partenze…per la pace), insegnante di sostegno alle scuole secondarie di primo grado, mamma di tre bambine e teacher di Lauther Yoga. Lucia ha assunto nel tempo – la conoscenza personale favorisce la definizione di un profilo non meramente editoriale dell’opera – la missione di portare la felicità a scuola (e non solo), facendo ridere i ragazzi e magari anche le colleghe, il personale ATA, chi guida gli scuolabus fino a giungere a chi della scuola ha il compito non facile della dirigenza.

Ridere?! Ma come, a scuola?!?!?!

Non so quante volte mi sono trovata, da allieva e studentessa, a vedere i docenti stizziti davanti alle risatine di adolescenti presi dai loro discorsi sottobanco o da qualche pensiero peregrino, talvolta  addirittura impossibilitati a trattenersi per una battuta sussurrata dal compagno seduto dietro. Nella migliore ipotesi, il o la docente con smorfia sarcastica diceva: “Fai sentire anche a noi, così ridiamo tutti”. Ma di solito la reprimenda arrivava con severità e senza appello e nei casi peggiori poteva comportare il classico “sbattere fuori dall’aula” il discolo di turno. Parlo al passato perché attingo ai miei ricordi ormai lontani decenni, ma non più di due settimane fa, mia figlia in prima media mi riferisce irritata e stupefatta che la prof. di italiano ha cambiato di posto una alunna perché… stava sorridendo!

Non parliamo poi dei memorabili tentativi, quasi sempre fallimentari, di parlare di organi genitali o sfinteri vari: l’imposizione di non ridere perché si tratta di argomenti “serissimi” aveva un effetto così catastroficamente inverso che, diciamolo, la maggior parte dei docenti nella loro carriera preferivano rinunciare preventivamente. Chissà, forse non era per una personale difficoltà a porgere argomenti “scabrosi” o superare tabù, quanto per l’incapacità di vivere insieme ai ragazzi l’aspetto ludico e irriverente che certi temi si portano in eredità da secoli e millenni di repressione.

Ecco: irriverente. La risata è irriverente, da sempre. Un’ampia compagine di artisti sa bene come le categorie del comico, del grottesco, il satirico, il clownesco, l’iperbolico, il macchiettistico e così via, sono intimamente legate, per gradazioni e sfumature diverse, alla sovversione dello status quo, che invece si irrigidisce nella disciplina della seriorità. La risata è intimamente legata a qualcosa che viene “dal basso” e urta con il potere.

La risata “spacca”, apre una fenditura nel muro rigido delle convenzioni e delle ubbidienze, e ci mette il capovolgimento, l’inversione, il paradosso, il nonsense. Con la sua fragorosità, talvolta spacca anche le orecchie di chi si trova nei paraggi, è come uno scoppio che deflagra e riduce in mille pezzi il blocco monolitico di qualsivoglia marmorea certezza.

La risata “sblocca”, apre meccanismi resi sempre uguali dalla routine e li scardina. Rende vano quel che si regge sul tacito presupposto dell’ubbidienza all’identico, porta caos nell’ordine imposto, porta cosmos nell’ordine condiviso regalandogli bellezza e distensione. Di certo, la risata non piace ai potenti, che da sempre cercano di soffocare il portato rivoluzionario di questo atto semplicissimo e potentissimo negandolo ai sottoposti o cercando di controllarlo.

Un tale portato non appartiene solo alla risata che sgorga per un motivo, ma soprattutto alla risata senza motivo, quella che da sempre abundat in ore stultorum. Stupide, oche, papere: risento le ragazze additate con questi appellativi.

Eppure è proprio questa la risata di cui parla l’Autrice, che fa riferimento all’universo dello Yoga della Risata inaugurato dall’indiano Madan Kataria e di cui propone esercizi alla portata di tutti e di ogni situazione scolastica.

Non è un caso che Lucia Suriano inizi dal benessere a scuola, dalla sua necessità sempre più avvertita da tutti, dall’educazione affettiva e dalle emozioni, passando dalle immancabili e preziose neuroscienze. La ragione sta nel fondare un discorso così reietto nei bisogni di ogni essere umano, nel bisogno per eccellenza, vivere con positività il quotidiano, unendo gioia e relax, proattività e resilienza, giungere a sera sentendo che questa giornata, ha avuto valore viverla, così come essa si è dispiegata. Su questo bisogno così semplice, si innesta il patrimonio di conoscenze che oggi possiamo chiamare a raccolta per sostenere senza tema di sbagliare che i processi fisiologici connessi alla risata (a cominciare dal respiro e dall’ossigenazione dei tessuti corporei e degli organi, sistema nervoso centrale in testa) sono talmente chiari nel mostrarne la positività che negarsela e negarla agli altri è davvero farsi e fare del male.

Il passaggio sul piano della formazione dei formatori è quello verso il superamento del pregiudizio che fa coincidere ridere con “ridere di” o “irridere” al “ridere insieme” senza nessun motivo (tantomeno ridere insieme di qualcuno!), ridere perché fa bene e questo bene si dispiega a livello fisico-corporeo, a livello psico-relazionale, a livello organizzativo. Soprattutto ridere abitualmente anche attraverso la risata indotta dello yoga (che col tempo diventa risata spontanea) aiuta a illuminare un punto di osservazione sulla realtà stessa: stende un fascio di luce e apporta energia per viverci dentro. In altre parole le risate creano un effetto dòmino positivo generando benessere che si irradia intorno, in tutte le direzioni.

Pensare che la risata, assunta anche abitualmente come pratica nella quotidianità educativa, possa da sola rivoluzionarla è ovviamente riduttivo: è proprio per questo che l’Autrice assume in tutto il testo un chiaro punto di vista educativo e pedagogico nel quale la risata non è né fine in sé, né mero “strumento” o “attrezzo” per raggiungere obiettivi (per es., migliorare la performance degli studenti, che davvero migliora quando si ride): la risata è un punto di osservazione che a maggior ragione permette di guardare le pratiche e vagliarle lungo la linea del percorrere insieme quel pezzo di strada così importante nella vita che è la scuola. In un’ottica di autenticità che vede chi educa coinvolto/a con tutta la sua persona, mente e corpo, ragione ed emozioni, nel lavoro educativo ridere insieme e imparare a farlo è una declinazione (particolarmente felice) del vivere insieme e ne rappresenta, o meglio ne dovrebbe rappresentare, un legante capace di attivare processi personali e collettivi, un cromatismo educativo permanente.

Suriano, Educare alla felicità. Nuovi paradigmi per una scuola più felice, la meridiana, Molfetta 2016.

Gabriella Falcicchio ricercatrice in Pedagogia generale e sociale presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Studiosa del pensiero di Aldo Capitini, si occupa di educazione alla nonviolenza con particolare riferimento al periodo primale, perinatale e alla prima infanzia e di educazione al rispetto dei viventi e alla sostenibilità. E’ autrice di due monografie e numerosi articoli e saggi, redattrice di Azione Nonviolenta, membro del comitato scientifico di Educazione Democratica e di Culture della Sostenibilità.

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