Ma Ferdinando no

di Mara Mundi

 

Considerato in passato un simbolo politico, un libro che inneggiava al pacifismo mentre il mondo precipitava nella guerra, censurato per quasi quarant’anni in Spagna dal dittatore Franco e messo al rogo nella Germania nazista, La storia del toro Ferdinando è un albo che tutti dovrebbero leggere e mandare a memoria, come una preghiera del mattino.

Scritto da Munro Leaf, celebre autore americano per ragazzi, illustrato a china nera da Robert Lawson, l’unico, fino ad oggi, ad aver vinto le medaglie Newbery e Candecott, i due più prestigiosi premi americani nell’ambito della letteratura per l’infanzia, questo albo uscito nel 1936 per la Viking press è tornato nelle librerie italiane lo scorso ottobre nell’edizione Fabbri editore, con la traduzione di Beatrice Masini. La prima edizione italiana, ormai fuori catalogo, fu pubblicata dalla casa editrice Excelsior 1881 nella collana Piccole pesti, con la traduzione di Lupiri e Venturoli. A dicembre è invece arrivata sul grande schermo la trasposizione cinematografica, Ferdinand, diretta dal brasiliano Carlos Saldanha, una produzione Blue Sky Studios e 20th Century fox animation.

Il libro uscì una manciata di mesi prima dello scoppio della guerra civile spagnola: è chiaro che il regime franchista scorse una metafora pacifista, neppure troppo velata, in questo capolavoro ambientato a Madrid, in cui un toro si rifiuta di fare la corrida e preferisce sostare placido nel pascolo, a contemplare la natura attorno.

“Ma Ferdinando no”.

Questa frase arriva alla terza pagina, per poi ripetersi altre due volte.

A cosa dice no Ferdinando? Alle rincorse con gli altri torelli, che saltano e si prendono a testate. Lui, invece, ama stare tranquillo, sotto una quercia di sughero, ad annusare il profumo dei fiori.

Cosa c’è di più pericoloso di una mente che non si piega, che non si assoggetta, che pensa da sé, che non segue la mandria, il branco, il gregge, la “folla solitaria” di uomini al fronte, o in fila alla cassa a comprare merce inutile, falsa promessa di felicità un tanto al chilo, a riempirsi la pancia di cibi finti, a farsi selfie inseguendo un se stesso di plastica ed effetti sfumati che non riconoscerà mai in nessuno specchio?

“Teste ben fatte” , le chiamava Edgar Morin, capaci di opporsi alle teste di legno, eterodirette, riempite di nozioni utili a mantenere lo status quo, a non scardinare l’esistente, a non sovvertire gli equilibri raggiunti dai pochi a scapito di molti.

“Ma Ferdinando no”.

Lui non fa discorsi filosofici, lui non è che si mette su qualche pulpito a raccontarcela, a dirci che si deve vivere così e non colà, che la pace è più bella della guerra, che gli uomini a volte si comportano come bestie e le bestie, invece, coltivano un’umanità senza confini, steccati e barriere. No, lui è semplicemente felice, placido, soddisfatto, sereno.

La pedagogia dell’esempio è la più efficace: io non te lo dico che la violenza è una brutta cosa, che la corrida, come ogni asimmetria di potere è da condannare. Te lo mostro, invece, che si può vivere in un altro modo, che si può persino essere soddisfatti in un altro modo, più periferico, forse, meno gettonato, ma di sicuro più sostenibile.

Il pensiero divergente è originale, creativo, rigenerativo: propone altri modelli, soluzioni alternative, modi di fare, di vivere e di essere, rimasti ancora inesplorati. Ci vuole coraggio a pensarla diversamente, e Ferdinand the bull ne ha da vendere di coraggio: se ne infischia di tutto il caos che si crea attorno a lui quando cinque uomini lo scelgono per combattere nella grande arena di Madrid.

El toro feroz, che poi feroz non lo è manco una virgola, era stato notato dai cinque in tutta la sua forza e irruenza, proprio nel momento in cui un grosso bombo lo aveva punto, facendolo correre, sbuffare e muggire come mai avrebbe fatto di sua iniziativa.

I cinque vengono ritratti da Lawson con grossi cappelli e facce dal vago sentore animalesco: il naso del primo, lo sguardo di quello appresso ricordano un po’ le fattezze bestiali. Ricordano un po’ anche i quattro industriali panciutissimi che bevono drink, soddisfatti dei loro privilegi, in Sciopero di Ėjzenštejn, film russo del 1925.

Da questo libro fu tratto anche un cortometraggio della Disney che nel 1939 si aggiudicò l’Oscar come miglior cortometraggio animato. Cercatelo Ferdinand The Bull, lo troverete su YouTube: 8 minuti di dolcezza in compagnia del torello pacifista che invece di vedersela col matador si mette ad annusare i fiori nei capelli delle belle signore sugli spalti. In Italia uscì al cinema solo nel 1967.

“Non voleva proprio combattere ed essere feroce, non voleva e basta”.

Nel tempo è stato anche considerato in maniera negativa questo toro nonviolento: apatico, perdigiorno, indolente, pigro e svogliato.

Devono proprio essere rimasti in pochi, però, a considerarlo così oblomovista, voci isolate fuori dal coro, visto che Gandhi lo annoverava tra i suoi libri preferiti, mentre i suoi autori sono stati più volte considerati tra i possibili candidati al Nobel per la Pace.

La consacrazione a libro che celebra la nonviolenza arriva dopo la fine della seconda guerra mondiale quando Jella Lepman, giornalista e scrittrice di origini ebraiche, fondatrice di IBBY, International Board on Books for Young People, decise di distribuirlo ai bambini tedeschi nella Germania ormai occupata dagli eserciti alleati. Ne stampò trentamila copie, con la sua traduzione, e decise di donarlo ai piccoli.

La speranza, allora come ora, è che le nuove generazioni non ripetano mai più gli errori dei padri.

Che come Ferdinando siano in grado di dire no alla violenza, alla guerra, alla competizione sfrenata e individualista.

Munro Leaf, La storia del toro Ferdinando, illustrazioni di Robert Lawson, traduzione di Beatrice Masini, Fabbri editori, Milano 2017.

 

Mara Mundi, laureata in Scienze pedagogiche e della progettazione educativa presso l’Università degli Studi di Foggia, è giornalista pubblicista e book blogger.
Ha collaborato con testate nazionali e locali, occupandosi prevalentemente di temi sociali.
Con Aracne di Roma ha pubblicato Angela Nanetti, artigiana di parole(2013), dedicato ad una delle scrittrici italiane di letteratura per l’infanzia tra le più premiate e tradotte e Mi chiamo Danilo e faccio domande (2016), che racconta il sogno collettivo di un mondo nuovo portato avanti da Danilo Dolci, scrittore, poeta, educatore nonviolento, che operò in Sicilia a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso.
Ha ideato e cura un blog di letteratura per l’infanzia, firufilandia.wordpress.com, che dallo scorso luglio ha anche la sua versione televisiva: la rubrica “I libri di Firufì” va in onda ogni lunedì alle 21.00 su Sharing TV (272 del digitale terrestre).Ha fatto parte del comitato scientifico del Premio Strega Ragazze e Ragazzi II edizione.

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