La selezione degli insegnanti e la creazione di aspettative

di Paolo Fasce

 
Breve storia repubblicana
 
Nei tempi antichi, si accedeva al ruolo di insegnante per Concorso, come prescritto dalla Costituzione Italiana. Nessuno è così anziano da conoscere quali cadenze avessero i concorsi negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, ma col boom demografico di quell’ultimo decennio, già nel successivo, gli anni Settanta, la parola “Concorso” si era sfumata in graduatorie, doppi canali e modalità di acquisizione bulimica di personale che si è sostanzialmente conclusa con un concorso con zero posti in palio indetto attorno al 1990. Un ventennio di vacche grasse. Poi nulla fino al 1999, con nuovo concorso sanatoria (già la parola “precario” era diventata patologica), al fianco di uno ordinario e, assieme a tutto questo, la prima “rivoluzione culturale”: le Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario. Lascio sullo sfondo la nascita della Facoltà di Scienze della Formazione e il passaggio dal diploma magistrale abilitante alla laurea (nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria) quale requisito di accesso all’insegnamento nei primi segmenti scolari perché non voglio essere troppo impreciso.
Le SSIS nacquero con l’idea di creare un percorso professionalizzante che evitasse alla scuola italiana, quella dell’inclusione, la terribile locuzione: “ho studiato Dante, non sono un assistente sociale”. Dopo nove cicli di SSIS e tre dei successivi TFA, possiamo stimare che la quantità delle persone che non possono proferire siffatta frase (declinata su ciascuna disciplina, beninteso) stia vistosamente scemando. Di certo, tra una quindicina d’anni sarà del tutto residuale, ed entro venticinque, del tutto scomparsa. Primo elemento di riflessione: quando si parla di scuola, occorre sapere che le politiche su di essa hanno orizzonti e ricadute trentennali. Con la creazione delle SSIS, e un periodo transitorio di “guerre tra poveri” legate alle aspettative create da quelli che allora erano “i precari storici” (ogni epoca ha avuto i suoi), si diede una sterzata professionalizzante in un quadro comunque ancora dominato dal blocco dei concorsi dovuto a diverse ragioni. Il costo dei medesimi, la disattenzione della politica, la necessità di mediare tra interessi diversi, l’incapacità di creare un raccordo tra la selezione/formazione iniziale degli insegnanti e la loro stabilizzazione, l’incapacità di immaginare un percorso concorsuale orientato alla rilevazione delle competenze e non a quello del nozionismo fine a se stesso. Si crearono quindi code di assunzioni che pescavano nelle Graduatorie di Merito (quelle concorsuali del 1999 e, dove esaurite, addirittura del 1990), nelle Graduatorie Permanenti (poi “ad Esaurimento”) dove si potevano inserire gli abilitati, sempre più provenienti dalle SSIS e meno dai Concorsi che non si facevano più. Ancora meno di un lustro fa venivano assunti insegnanti, dopo più di vent’anni di parcheggio, dal concorso del 1990. Persone che facevano tutt’altro (e che, talvolta, invero hanno portato a scuola “il mondo reale”, ma solo per caso, non certo per progettualità politica). Le graduatorie sono sempre state divise in due categorie: quelle che davano garanzia di assunzione in ruolo, prima o poi (dove il “poi” poteva anche significare 20 anni), e quelle che davano diritto solo alle supplenze (le cosiddette “Graduatorie d’Istituto). Nel 2012 il Governo ha deciso che il raccordo tra “formazione iniziale” (prima SSIS, poi divenuto TFA) doveva tornare ad essere il Concorso e così, da allora, ne sono già stati banditi e portati a compimento due. In parallelo a questo percorso, i “corsi abilitanti”, eredità degli anni Settanta, cioè del boom demografico che ha creato un fabbisogno significativo di “lavoratori della conoscenza” in un contesto nel quale si cominciava a lavorare nella scuola anche prima della laurea.
Corsi abilitanti e concorsi riservati hanno il mero e nobilissimo scopo di prendere atto di situazioni di precariato diffuso e patologico che si è venuto a creare per un disordine generale dettato da asimmetrie anche molto diverse: la differente allocazione di università sul territorio e delle classi di concorso da queste erogate, la conformazione geografica e topologica del paese che crea nicchie in questa o quella vallata, le differenti propensioni all’accesso alla professione in base al territorio, la resilienza dei singoli alle condizioni al contorno.

 
La creazione di aspettative
 
Questo elemento è essenziale per uno studio serio sulla composizione della classe docente attuale. Un laureato si inserisce nelle Graduatorie d’Istituto. Lo fa nella propria o in altra provincia (propensione fortemente correlata con la “reale necessità”). Entro dieci anni, raccogliendo punteggio prima con giorni, poi con settimane, poi con mesi, poi con anni di supplenza, spesso sul sostegno, senza alcun controllo sulla qualità, acquisisce la prima aspettativa: quella di abilitarsi. E così, ogni 6-7 anni arriva un “corso abilitante” che, mostrano i numeri, quasi mai filtra sulle reali capacità didattiche. Con l’abilitazione in tasca, un insegnante “salta di livello” e si stabilizza come “insegnante precario storico”. Le supplenze arrivano con sostanziale stabilità e si comincia a maturare l’aspettativa di assunzione in ruolo. Si fanno dei figli. A questo punto arriva l’iscrizione ad una graduatoria particolare (le Graduatorie Permanenti, poi “ad Esaurimento”) o un “concorso riservato” (come nel 1999) o un concorso sanatoria (come nel prossimo 2018). Per loro natura, questi strumenti non sono filtranti e l’ultimo passo, l’anno di prova, men che meno. Come fa un dirigente scolastico, e il comitato di valutazione, dopo dieci o vent’anni anni di precariato, dire ad una persona che ormai non ha più che la scuola nel proprio orizzonte di possibilità materiale, che deve cambiare mestiere? Questa persona ha ormai superato i quarant’anni e ha figli.

 
Iniquità e inefficienza
 
Chi può permettersi un percorso di questa natura? Fasce mediamente benestanti della popolazione, mantenute dai genitori, oppure dal coniuge (statisticamente e crudamente parlando: il marito, con la conseguente femminilizzazione e le parimenti conseguenti “battaglie sindacali” sulle modalità di lavoro che tendono a liberare il lavoratore da ogni vincolo, al netto della lezione mattutina: scordatevi gli insegnanti al pomeriggio e, al netto delle ferie, d’estate). Il sistema ha anche altri elementi di iniquità, come ad esempio la valutazione di titoli accademici il cui conseguimento costa del denaro e, per ovvie questioni di mercato, sono altrettanto spesso diventati delle burle legalizzate. Per non parlare dell’impossibilità di radicare le persone su un posto di lavoro, quindi sul caso seguito (nel caso del sostegno), con buona pace della continuità, consentendo all’organizzazione di crescere per competenze situate e disponibili e non per disponibilità occasionali e volontarie. Il precariato prosegue anche dopo l’assunzione in ruolo dove le assegnazioni provvisorie e gli utilizzi, resi possibili dalla patologica differenza tra organico di diritto e organico di fatto (parzialmente sanata dalla Legge 107/2015, vituperata da pochi rumorosissimi contestatori), schiacciando i diritti dei precari, consente grande volatilità degli insegnanti che lavorano un anno qui e uno là, pur di tagliare qualche chilometro il tragitto tra l’abitazione e il posto di lavoro. E anche in questo caso, le professionalità vanno perdute, male investite, restano in superficie e non si radicano in progettualità di una scuola. Meramente assolvono alle necessità materiali del piccolo cabotaggio.

 
Proposte (arbitrarie e opinabili) per il superamento del meccanismo delle aspettative senza qualità
 
Il meccanismo attuale, nel quale nessuno ha il potere di decidere nulla e il tempo garantisce avanzamenti più o meno significativi e senza filtro per chiunque abbia risorse e determinazione, illude tutti quanti sul fatto che l’arbitrarietà sia espulsa dal sistema. Siamo in un sistema giusto? E’ equo tutto questo? Questa equità, garantisce un risultato utile rispetto alla mission della scuola? Un preside, che un tempo scriveva note di merito/demerito, arbitrariamente le scriveva (alla luce della sua professionalità o delle sue logiche di potere), ma oggi l’arbitrio è diffuso, sfumato, implicito, spostato su altri fronti. In particolare, lo è sul censo del candidato. Temo che dovremo fare delle valutazioni sui meccanismi e valutare i pro e i contro sulla base del risultato che si vuole ottenere. Penso che il primo parametro da considerare sia quello della qualità e dell’efficacia dell’insegnante, della sua capacità di stare in classe e di fare con serietà questo mestiere. Penso che molta parte dell’arbitrarietà “cattiva” che abbiamo superato con questo meccanismo “asettico e deresponsabilizzante” sia solo apparente e mi spiego. Immaginiamo un preside, e con lui un comitato di valutazione, che debba assumere tre supplenti. Guarda un curriculum e vede tre Master dell’Università Telematica X in un candidato e uno dell’Università di Genova dall’altro. Sul piano formale, i primi valgono il triplo del secondo, su quello sostanziale ben pochi sarebbero disposti ad accettare tali proporzioni. Il peso che si dà ad un master è certamente arbitrario, così come è dare a tutti lo stesso peso. A volte, spesso direi, le cosiddette arbitrarietà sono ben motivate e non possono che sfuggire ad una valutazione formale. A me capita spessissimo di dare sette a compiti che formalmente conseguono quel voto in virtù di parametri precostituiti, ma che reputo molto mal fatti, e dare cinque a compiti davvero promettenti che, tuttavia, tali parametri non soddisfano. Immaginiamo che, dopo averne “arbitrariamente” assunti tre (dove “arbitrariamente” significa “con procedura definita internamente alla scuola, coinvolgendo gli esperti che nella scuola possono essere individuati tra persone della stessa materia o di materie affini ed esperti di didattica e valutazione”) e non ne abbia assunti altri 30. Cosa succederà? Quello che succede in tutti i concorsi (anche quelli che i vincitori sbattono in faccia a chi critica la classe insegnante: “l’anno prossimo c’è un concorso, provaci se ne sei capace!”): ci saranno tre persone contente e 30 scontente e tra queste, la metà parlerà male del preside e dei componenti della commissione (il cui appellativo meno crudo sarà “lacché del preside”) e svilirà i colleghi vincitori (il cui epiteto meno violento sarà “raccomandati”). Non è detto che i tre assunti diventeranno bravi supplenti. La prova del campo potrebbe essere negativa. Pazienza, l’anno successivo difficilmente verrà assunto di nuovo in quella scuola, mentre oggi, uno col punteggio adatto, sarà confermato. Se la cosa non vi fa venire i brividi, è perché non avete mai parlato con genitori che vengono a lamentarsi con argomentazioni legittime, inoppugnabili e condivisibili di questo o quel supplente che invocano venga assegnato ad altri. Succede anche per certi insegnanti di ruolo, beninteso. Quelli che sono arrivati senza filtro con una lunga gavetta di aspettative costruite nel tempo. Quando l’organizzazione ha a che fare con questo genere di insegnante procede con l’algoritmo della patata bollente, danneggiando qualcun altro. Gli assunti con un “miniconcorso interno alla scuola”, minimamente selezionati e non “assunti a caso”, cominceranno ad acquisire aspettative. Ma non saranno aspettative di persone “a caso”, lo saranno di persone minimamente selezionate. Personalmente ho svolto il ruolo di selezionatore allorquando, nell’ambito della selezione al TFA per il sostegno, ho partecipato in veste di commissario. Posso testimoniare il fatto che non ero da solo, non ho mai avuto il potere di dire “questo sì, quello no”, ma tutti quelli “manifestamente inadatti” che ho individuato io, lo erano anche secondo il giudizio degli altri commissari e la pluralità delle prove ha contribuito a definire un insieme di candidati con requisiti dignitosi. E’ sufficiente? Probabilmente no, ma l’insieme dei candidati non selezionati aveva una qualità media X, l’insieme dei candidati vincitori aveva una qualità media multiplo di X. Sicuramente qualcuno di valido si è perso, sicuramente qualcuno di non eccellente ha passato le maglie della selezione. Ma è il massimo che si possa fare.

Cosa occorre fare, quindi? Abolire le graduatorie con punteggi che creano aspettative e creare delle liste di aspiranti con curricula e competenze esplicitate alle quali attingere. Le scuole (o reti di scuole, o gli Uffici Scolastici Territoriali) creano comitati di valutazione che selezionano gli aspiranti insegnanti (parlo solo dei supplenti, beninteso) previo colloquio o insieme di prove ritenute consone e, con questo, liberare da questo paese migliaia di prigionieri di graduatorie che impediscono a molti di guardare altrove.

 
Quali problemi nascono
 
L’arbitrarietà di certo può avere dei problemi. Si dirà: “Così si assumeranno i figli del preside”. E’ un’obiezione seria, ma oggi i presidi sono benestanti, i loro figli possono affrontare la trafila del precariato. E sono anche i primi responsabili dell’offerta formativa di una scuola. Prendereste il figlio del preside vostro amico se questi fosse incapace? Ci sono senz’altro modi di affrontare il problema del conflitto d’interesse, ad esempio quello della delega, per non parlare dei controlli che possono essere attuati dagli Uffici superiori o la costruzione di “albi di selezionatori professionisti” (basta attingere dagli Uffici che si occupano di Politiche Attive del Lavoro nelle Province, oggi Città Metropolitane alle quali, serenamente, affiderei anche la selezione del personale non docente (analogo trattato può essere scritto per la selezione del personale non docente: collaboratori scolastici, personale degli uffici di segreteria, assistenti tecnici). Naturalmente i casi delle parentopoli universitarie non lascia ben sperare, ma deve anche essere noto il fatto che la correlazione tra i mestieri di genitori e figli è alta anche tra farmacisti, negozianti, avvocati. E lo è anche oggi, col precariato patologico. Io sono figlio di un’insegnante, ad esempio. Un altro possibile problema è quello dell’omologazione. Docenti innovatori potrebbero essere schiacciati da un Comitato di Valutazione retrogrado. Penso sia un problema reale, ma un docente innovatore può anche cominciare la carriera moderando le sue pulsioni, mentre, e parlo per esperienza di numerose osservazioni sul campo, un insegnante assunto “a caso” può allegramente insultare gli studenti, essere incapace di insegnare, ed essere parimenti inamovibile. In breve, non nego questo possibile male, semplicemente penso che sia minore di quello alternativo. In uno viene danneggiato un adulto che può mettere in campo le sue contromisure, nell’altro vengono danneggiati degli adolescenti in formazione.

 
Fiducia
 
Vorrei concludere con una parola che rubo ad Antonio Fini: fiducia. Fiducia nella scuola e nei suoi componenti. Oggi, dicevamo, le persone con competenze pedagogico trasversali derivanti da studi formali, ma anche molte di quelle che hanno un curriculum costellato di conferenze e microdibattiti formativi erogati dal territorio, sono perfettamente in grado di tenere lontane, con grande affidabilità, le persone con poca capacità di stare in classe (anche quelle che regalano valutazioni alte al fine di evitare propaggini di impegno estivo), evitando la costruzione di aspettative la cui responsabilità è di chi preferisce girarsi dall’altra parte.

 

Paolo Fasce è insegnante di Matematica Applicata, specializzato sul Sostegno, Animatore Digitale e fiduciario dell’IISS “Einaudi Casaregis Galilei”. Supervisore di Tirocinio all’Università di Genova nei corsi di Specializzazione sul Sostegno e nel Master in “Psicopedagogia e Didattica degli Alunni con Funzionamento Autistico”. Giornalista pubblicista, Direttore Responsabile di Educazione Aperta.

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