Editoriale

della Comunità di Ricerca | Pdf

 

Solo qualche decennio fa, in un’Italia ancora agricola che ci guardiamo bene dall’idealizzare, l’ospitalità era uno dei valori più radicati: la povertà era diffusa, ma non impediva di condividere con l’ospite quel poco che si possedeva. È un valore che non ha resistito all’urto dei grandi cambiamenti storici che hanno portato l’Italia, paese di emigranti, ad essere approdo dell’odissea dei migranti che conquistano l’Europa fuggendo da guerre, conflitti etnici e religiosi, carestie, fame. L’Italia è oggi un paese nel quale posizioni apertamente razzistiche vengono espresse non solo da piccoli gruppi neofascisti, ma anche da forze politiche presenti in Parlamento, sostenute da un consenso popolare che si alimenta anche grazie alla diffusione incontrollata di notizie false sui social network ed all’azione dei giornali di destra. Uno di questi, dopo la morte per malaria di una bambina italiana, ha titolato in prima pagina: “Dopo la miseria portano le malattie”. Un titolo nel quale colpisce l’assenza del soggetto. Non occorre dire di chi stiamo parlando: è evidente. Sono loro, sempre loro. A conti fatti, una vera ossessione.

Che fare? Come combattere l’onda razzistica che, intrecciandosi con altri aspetti oscuri della nostra identità storica come il maschilismo e il disprezzo delle donne, sta preparando per il nostro paese un nuovo fascismo? Il saggio in Primopiano di questo numero tenta una risposta, raccontando una esperienza di comunicazione partecipativa nell’isola di Tenerife. Benché non riguardi direttamente il nostro paese, si tratta di una esperienza che ha, anche, radici italiane, poiché tra i riferimenti principali c’è la riflessione e la pratica di Danilo Dolci. Quando si pensa a strategie per combattere il razzismo, si individuano figure in qualche modo esperte in situazioni di educazione formale: è quello che avviene con i progetti scolastici, ad esempio. Ma è una strategia efficace? Come accennato, il razzismo si alimenta grazie anche ai social network ed alla diffusione incontrollata, in una rete orizzontale, di informazioni distorte. Può un modello di formazione ed informazione tradizionale, ossia unidirezionale, combattere un processo che è invece reticolare? La risposta degli autori è che occorre sperimentare forme di educazione e di azione sociale diversa. Dall’esperienza di Dolci in Sicilia, ma anche dal lavoro di Paulo Freire, viene la prospettiva di una educomunicazione che forma dialogicamente soggetti attivi di cambiamento sociale, in grado di combattere efficacemente i discorsi razzisti diffondendo nella società letture alternative del fenomeno migratorio.

Il tema del rapporto con la differenza è al centro anche dei due saggi di apertura della sezione Esperienze & Studi. Il lungo saggio di Antonio Vigilante esplora il pensiero di Rabindranath Tagore, seguendo la sua ricerca di un umanesimo transculturale, risultato dell’incontro della civiltà orientale e di quella occidentale, mentre Maria Gerlandia De Oliveira Aquino analizza l’educazione degli Xukuru do Ororubá in Brasile, sospesa creativamente sul filo che lega valorizzazione dell’identità e della differenza ed educazione nazionale.

Questo numero si chiude con la recensione di un albo su don Lorenzo Milani. Poco, si dirà, nel cinquantenario della sua morte, ricorrenza che ha suscitato una ripresa della ricerca e del dibattito sulla sua figura che ha il momento più alto nella pubblicazione delle sue opere complete nei Meridiani e quello più basso, oltre alle solite uscite qualunquistiche di Paola Mastrocola, nei sospetti suscitati dalla dedica dell’ultimo romanzo di Walter Siti. Tra i libri più importanti di questa nuova stagione di studi va annoverato L’uomo del futuro di Eraldo Affinati, uscito lo scorso anno. Affinati cerca don Lorenzo nei suoi luoghi, ne segue le tracce, ricostruisce pezzo dopo pezzo il ritratto di una personalità straordinaria, non priva di contraddizioni anche dolorose; ma si interroga anche sulla sua eredità. Cosa resta, sul piano dell’azione educativa, di don Milani? Nella società del benessere, così diversa da quella dei tempi di don Milani, in una Italia in cui sembrano improbabili, ormai, sacche di miserie ed abbandono come Barbiana, dove cercare gli eredi dei piccoli montanari del Priore? Nei migranti, risponde Affinati. Sono loro i nuovi proletari, coloro cui occorre dare la parola affinché diventino cittadini. Siamo d’accordo con lui.