Il sublime e il formidabile. La metamorfosi del femminile nel parto

di Gabriella Falcicchio | Pdf

 

“[…] quei parti assomigliavano molto a degli stupri, donne offese, donne tenute quasi legate ai propri letti di dolore, riempite di calmanti e sedativi per farle stare zitte e buone, per ‘estrarre’ quella cosa strana, nemica, terrorizzante, e che viene fuori da qualcosa di ancora più oscuro e minaccioso, a guisa di un dente malato o di un accesso purulento.” (Mosca 2016, p. 128)

 

Ho scelto tre parole che hanno risonanze profonde per la derivazione classica dei loro etimi. E ho scelto due riferimenti rispetto al racconto della nascita: Sandra Mosca, ostetrica toscana autrice dell’articolo Il parto: corpo in scena (1989) nonché curatrice della rubrica Racconti di nascita sulla rivista femminista “Lapis”, acquistabile interamente in formato digitale grazie al progetto ebook.women.it; Erri De Luca, celebre scrittore italiano, autore di uno dei libri più illuminati sulla nascita, In nome della madre (2009).

Il parto è “sublime”, il parto è “formidabile” e questi due tratti sono legati alla sua essenza: la metamorfosi. Nulla sarà come prima, dopo la nascita. La storia personale e relazione di tutti gli attori viene riscritta a cominciare da un punto apicale.

Sublime è la caratteristica di ciò che arriva “fin sotto il confine”, al limite. Nel processo di astrazione avvenuto nei secoli, il sublime ha espresso la bellezza massima, che si èleva alle altezze supreme. Kant, la filosofia e l’estetica romantica guardano al sublime come a una forza estrema, che dilata all’infinito lo spirito al punto da apparire anche terrificante, capace di dare le vertigini. E la sede elettiva del sublime è la natura con i suoi paesaggi mozzafiato e i suoi mastodontici eventi.

C’è nel sublime, cioè, il sentimento altrettanto estremo della paura, che si ritrova appunto nel formidabile. Caratterizzazione pressoché perduta nel lessico comune, in cui l’aggettivo qualifica anche qui qualcosa di estremo in bellezza o bravura, la formido non è neppure semplice paura: è puro terrore e nel caso del parto la sede della paura è in modo pari tanto fuori di sé quanto nell’altrove di quel corpo – il proprio – che, nonostante i tentativi di controllo, hanno le loro leggi inesorabili che si compiono al di là della volontà:

 

mi sentii scendere fra le cosce quell’acqua calda, incolore, a mo’ di carezza sensuale e sinuosa, che sanciva l’inizio improrogabile del mio “travaglio” […] la sensazione fu di dispetto, di rabbia, di atroce e inesorabile “paura”… (Mosca 2016, p. 129)

 

Se volessimo trovare un’immagine naturale che sintetizzi sublime e formidabile potremmo pensare a un’eruzione vulcanica imponente. Non è un caso che la donna che partorisce in modo libero sia stata associata anche a questo fenomeno tellurico: la donna-vulcano. Insieme alle mitologie e alle mistiche lunari e acquatiche, la terra è l’elemento generativo (sia femminile che maschile) e l’esplosione vulcanica dopo la lenta preparazione della materia incandescente esprime l’onda gigantesca di energia che si sprigiona dalla donna: è “un momento, quello del parto, in cui il corpo trionfa […] un corpo che sa, conosce, ha memoria di un sapere femminile tutto uterino, isterico” (Mosca 2016, p. 134).

Il parto è un evento che irrompe nel quotidiano con la forza di quel che “porta al limite” la persona che lo sta vivendo, le sue forze e la sua potenza, la trascina con una energia non controllabile (è il corpo che fa da sé, senza bisogno di nulla, anzi con la necessità che niente e nessuno si frapponga) verso un confine, un precipizio vertiginoso, un vuoto. Quel vuoto è stato lo spazio cavo dell’utero prima della fecondazione ed è, dopo, la vagina che si fa porta di uscita e di ingresso nell’immenso spazio del mondo. Su quel bordo c’è l’ebbrezza, lo stordimento e l’urlo, ma anche la distesa infinita e silente del mondo appena creato e la regressione e il dolore interiore, il lutto: tutto questo “porta al significato di ‘caos originario’ […] Dal latino chaos, ‘vuoto’, mutuato dal greco chaos, legato a chainein, ‘aprirsi, spalancarsi’, e ancora chaos come ‘abisso, baratro, la grande lacuna preesistente alla creazione’” (Mosca 2016, p. 131).

L’ascolto di questi vissuti e delle tante sfumature che comportano permette di rileggere quello che non siamo abituati a cogliere nel parto, oggi che viene tenuto imbrigliato nella rete medica che sigilla la libertà di espressione e la condanna come inappropriata decretandone la fine attraverso il controllo del corpo e della sua libertà. Se questo è al nucleo della violenza ostetrica, in realtà l’intuizione della potenza del flusso energetico resta e il suo barlume, anche nei parti troppo disturbati negli ospedali. Là dove, come nelle nascite in casa o in ambienti accoglienti, le donne si sentono libere di dare voce e corpo al poderoso attraversamento che stanno compiendo, ecco che

 

Il richiamo a un mondo uterino, a una natura femminile eccessiva, caotica, isterica, […] è di nuovo davanti […] Il legame era dunque proprio il corpo femminile in quanto tale, corpo uterino, isterico, sessuato. Nei travagli di parto ho assistito spesso a ‘scene’ cosiddette isteriche, unicamente perché la donna si abbandona, si dà, si tuffa in quello che il suo corpo agisce in maniera irrefrenabile, inequivocabile, inarrestabile, a dispetto a volte della donna stessa che tenderebbe a una volontà di controllo, di rifiuto vero e proprio. Ma in travaglio il corpo si prende una libertà, una sorta di riscatto che non gli è consentito normalmente. E la scena si deve compiere. (Mosca 2016, pp. 133-134)

 

E tuttavia la caratteristica fondamentale di quel precipizio è che ha tutti i tratti di ciò che può terrorizzare – per esempio la prossimità alla morte – ma nello stesso tempo ha in sé (e chi lo sta vivendo lo percepisce con nettezza) la propulsione di ciò che è generativo. Quello che sta accadendo non porterà alla distruzione ma alla creazione. In realtà noi non sappiamo quanto la morte somigli alla nascita (sappiamo per intuizione che nella nascita c’è un’estrema vicinanza alla morte) e introdurre una polarità tra esperienze estreme (venire alla luce e morire) sulla seconda delle quali non possiamo pronunciare se non ipotesi, significherebbe fare un grossolano errore riduzionistico. La vicinanza, la contiguità, l’intreccio, la compenetrazione dei processi del nascere e del morire sono con ogni probabilità (e come le civiltà preclassiche e ancora in parte le classiche avevano intuito) così forti da avere in comune più di un aspetto della loro fenomenologia. Allo stesso modo non possiamo sapere quanto nella morte ci sia di trasformativo, più che di conclusivo.

Della nascita invece lo sappiamo. La nascita è mirabile metamorfosi.

Lo è per il bambino. Lo è per la donna. Il parto comporta trasformazioni nel funzionamento del corpo che avvengono non solo (e in modo macroscopicamente evidente) durante la gestazione, ma soprattutto in prossimità del parto. L’intera fisiologia femminile si sta trasformando, come il sistema ormonale e neurale. Lungi dall’essere un processo meccanico di svuotamento, il parto è la tappa intermedia tra endogestazione ed esogestazione e tutto quel che accade alla donna è connesso alla presenza e all’interazione con il bambino, e viceversa, e di entrambi con l’ambiente. I due sono uniti dal potente filo della biochimica, in quanto complessi sistemi viventi in permanente trasformazione/interazione. Alcuni esempi: l’utero che si è dilatato per contenere il bambino, la placenta, i liquidi, le membrane. Questo organo così elastico e attivo, nell’arco di 30-40 minuti tornerà alle dimensioni precedenti la fecondazione e questo potrà accadere con migliori garanzie di protezione da emorragie se vengono rispettate alcune condizioni fisiologiche: contatto immediato pelle a pelle tra mamma e neonato, allattamento spontaneo dopo la nascita, secondamento naturale. Il neonato posato sul ventre materno subito, anche senza taglio del cordone, guadagna il seno strisciando sul corpo, senza bisogno di “essere attaccato” al seno; con i suoi movimenti preme sul ventre sollecitando l’utero e poi giungendo al seno e succhiando lo fa contrarre. Questo ridurrà le dimensioni dell’organo e comporterà l’espulsione spontanea della placenta. Nel frattempo il piccolo, non traumatizzato dalla respirazione forzata indotta dal taglio precoce del cordone, riceverà le energie per muoversi sul ventre dalla trasfusione placentare, e tutto il sangue potrà nutrirlo finché non raggiungerà il capezzolo e verrà attivato il sistema dell’allattamento. Una volta che la natura si è assicurata che il piccolo ha raggiunto la fonte della sua sopravvivenza, permette alla placenta di staccarsi e fuoriuscire e l’utero torna piccolo. Adesso sì che il cordone può essere tagliato (o anche non tagliato adesso, o persino non tagliato affatto).

Tutto è andato secondo i dettami della fisiologia. Il processo è durato 30-40 minuti e le metamorfosi sono state tante. Il corpo della donna si è trasformato in un corpo adatto all’esogestazione: dimensioni degli organi sono cambiati; flussi ormonali di ossitocina e prolattina sostituiscono la scarica adrenalinica post partum (sono, quelli dell’adrenalina, i minuti in cui la natura sta dicendo: “apri gli occhi sul tuo cucciolo indifeso!”) e fanno innamorare i due che si stanno guardando; i seni sono diventati due centrali attive e trasformeranno in modo mirabile migliaia di sostanze in un tessuto aureo (il colore del latte al microscopio è il dorato) che consentirà la crescita in salute del bambino per molti mesi, garantendogli la base della salute a lungo termine; l’intero corpo materno è diventato un luogo di regolazione biologica dei processi primari, respirazione e temperatura. La qualità del respiro infatti – cioè la base iniziale per ogni forma di benessere – è in stretta correlazione con il contatto con il corpo materno; la temperatura allo stesso modo viene regolata tramite il contatto e se, intuitivamente, si capisce che la vicinanza aiuti a riscaldare il corpicino quando è freddo (e questo possono più o meno bene farlo tutti), pochi sanno che la madre ed esclusivamente lei ha la proprietà di raffreddare il bambino, se il piccolo ha una temperatura superiore al dovuto. Il contatto tra i corpi, con in più l’allattamento (con i giusti batteri e anticorpi materni), consentono la guarigione.

La metamorfosi è anche del bambino che passa da uno stato di creatura acquatica allo stato di terrestre attraversando proprio nel parto la terra di mezzo che lo vede anfibio, quando la respirazione ombelicale e quella polmonare sono attive insieme (Falcicchio 2013).

Tutto questo – e molto altro – è possibile solo se il parto non viene disturbato, eventualità molto improbabile nelle strutture ospedaliere oggi in Italia. L’interventismo medico uccide quotidianamente la nascita fisiologica e impedisce all’umanità di mantenere la consapevolezza e la saggezza della nascita rispettata. Un passaggio fondamentale infatti in questo senso è il trasferimento transgenerazionale di “competenze” e consapevolezze, che non attengono la sfera del cosciente, dell’intenzionale e del verbale, ma riguardano i territori molto più oscuri e frastagliati degli apprendimenti corporei, degli agiti inconsapevoli, dei vissuti che passano da madre a figlio, ma soprattutto a figlia. A questo riguardo vale la pena soffermarsi su un aspetto centrale ma molto sottostimato dei processi evolutivi ed educativi, cioè riguardanti tanto la dinamica individuale di sviluppo e acquisizione di una strutturazione psico-fisico-relazionale quanto – indissolubilmente legata alla prima – la dinamica di passaggio degli elementi strutturanti da una generazione all’altra. L’aspetto che si sottovaluta è che hanno un’incidenza profonda e maggiore le assenze, i mancati stimoli, ciò che non accade, rispetto all’opposto, nel condurre verso una certa direzione di sviluppo.

Jim McKenna, il massimo studioso mondiale di sonno condiviso e direttore del Mother-Baby Behavioral Sleep Laboratory dell’Università di Notre Dame (USA), evidenzia come le neuroscienze stiano dimostrando che a influire sullo sviluppo neurale incidano di più gli stimoli non ricevuti, come il pianto ignorato, l’abbraccio non dato, in particolare in alcune fasi come i primi anni di vita (e quando le carenze sono più o meno sistematiche) (McKenna 2011).

Gustav Jung in un passaggio chiave dei suoi testi aveva scritto del resto: “Non v’è nulla che abbia un influsso psichico più forte sull’ambiente circostante, e in special modo sui figli, che la vita non vissuta dei genitori” (Jung 1929, p. 6). Si tratta di punti di vista molto diversi, ma accomunati da vari aspetti: “ciò che non è”, o non è stato, ha un influsso sulla vita psichica dei figli, agisce nelle zone cieche, nel non emerso e la potenza di questo influsso (nefasto) è tale da imprimersi attraverso le generazioni.

Nella zona cieca, dove l’ombra non trova possibilità di emersione, certi canali sono e restano chiusi. Se a restare insoddisfatti sono i bisogni di base (come il contatto), resterà atrofizzata anche la consapevolezza che quel bisogno esiste. E quando la negazione di un bisogno diventa collettiva, diventa un dato socio-culturale, essa si “stampa” nella società e si riproduce.

La violenza ostetrica e la negazione del bisogno di contatto del neonato possono lasciare chiusi questi canali negli individui, che non riusciranno a focalizzare la necessità di soddisfarlo, non riusciranno a vedere che esiste e ha senso. Come scrive Tiziana Valpiana, una delle madri dei Melograni: “Dai primi momenti e giorni dipenderà tanto della sua [del neonato] vita a venire, dipenderà, sommando neonato a neonato, persona a persona, lo stile di un’intera generazione” (Valpiana 2016, p. 280). E l’invisibilità di certi bisogni perdurerà nelle scelte collettive, sociali, politiche, in termini di diritti non sanciti e di riconoscimento mai avvenuto.

Il problema della nascita oggi è l’interferenza enorme in un processo che permette la metamorfosi. Parrebbe davvero che la nostra civiltà abbia in odio il sublime e il formidabile, cioè tutto quel che ha a che fare con la dimensione dell’incontrollabile. Quella metamorfosi è anche metamorfosi collettiva, non solo biologica e relazionale tra due individui. Davvero ogni volta che nasce un bambino, il mondo ha l’occasione di rinascere rinnovato radicalmente. Quando Aldo Capitini parla del fanciullo come “figlio della festa”, sta dicendo – anche con intuizioni stupefacenti sulla nascita stessa – che il bambino nasce nella realtà liberata, è già nella dimensione della liberazione. Rappresenta dunque l’inedito assoluto, l’occasione eccelsa della rinascita di chi lo ha preceduto, del mondo intero.

Non è un caso che la grande intuizione della mitologia cristiana faccia nascere Dio da una donna. Il Dio incarnato non è solo il simbolo dell’Emmanuel, il Dio-con-noi: egli è l’Amore che rivoluziona le leggi del mondo, il cambiamento radicale. Esso è reso possibile da una donna e da una nascita che, come raccontata da Erri De Luca, è proprio la nascita per eccellenza, nella sua processualità rispettosa della fisiologia.

Da una nascita fisiologica, non disturbata, rispettata, che permette il fluire libero dell’amore (oggi diciamo ossitocina) durante il travaglio, il secondamento e le prime ore di vita, nella calda intimità delle braccia della madre, con lo sfondo di due animali che simboleggiano l’appartenenza animale di questo processo (divino!) e il padre a custodire la diade dall’esterno, ebbene da questa nascita viene partorito l’Amore che darà nuovo volto al mondo.

In questo mito (l’adesione confessionale non appartiene al discorso, che è antropologico) c’è l’intuizione profonda della natura rivoluzionaria di ogni nascita rispettata, che ha origine nella libertà del corpo di seguire il suo sapere antico e della donna di lasciarlo agire attraverso di sé: “Faccio mosse esperte senza conoscerle. Il mio corpo fa da solo, esegue. Non l’ho istruito” (De Luca 2009, p. 65).

C’è sia nel racconto di madre e ostetrica di Sandra Mosca che nella scrittura esperta del filologo ebraico una grande sapienza, e anche questa parola è ricca di eco profonde: c’è nella “sapienza”, nel “sapere” il riferimento ai “sensi” che danno “senso”. C’è una base animale che annoda sensorialità e affettività e riporta al corpo il venire al mondo e il dare alla luce, quel corpo che è anche la sede della trascendenza (Odent 2009), della stessa spiritualità: il Figlio di Dio nasce immerso nel contatto sensoriale con la madre, vicino agli animali:

 

Odoro la creatura perfetta che mi è nata […] Eccolo finalmente. L’ho palpato da tutte le parti fino ai piedi. L’ho annusato e per conferma gli ho dato una leccatina. “Sei proprio un dattero: sei più frutto che figlio”. Ho messo l’orecchio sul suo cuore, batteva svelto, colpi di chi ha corso a perdifiato. Al poco lume della stella l’ho guardato, impastato di sangue mio e di perfezione […] Il bue ha muggito piano, l’asina ha sbatacchiato forte le orecchie” (pp. 65-66).

 

Il tempo di questo incontro fatto di umori, odori, sapore e carezze apre una cesura tra il tempo dell’attesa e il tempo della consegna al mondo. Il primo sguardo, la conoscenza intima dei due rappresenta una delle varie terre di mezzo, un lento attraversamento in una zona di confine inassimilabile ad ogni altra per la sua preziosità (Falcicchio et al. 2014). E per questo esige la protezione, la custodia da parte degli altri, dal padre all’intera società. Non ci si sofferma mai abbastanza sul modo in cui si dovrebbe concretizzare l’aspetto sociale del parto, che è appunto la funzione collettiva di protezione dell’intimità della diade. Accade esattamente il contrario.

Maria si prende il suo tempo ed è consapevole:

 

Fuori c’è il mondo, i padri, le leggi, gli eserciti, i registri in cui iscrivere il tuo nome, la circoncisione che ti darà l’appartenenza a un popolo. […] Qui dentro siamo solo noi, un calore di bestie ci avvolge e noi siamo al riparo dal mondo fino all’alba. Poi entreranno e tu non sarai più mio. Ma finché dura la notte, finché la luce di una stella vagante è a picco su di noi, noi siamo i soli al mondo. Possiamo fare a meno di loro, anche di tuo padre Iosef che è il migliore degli uomini. Pensa: noi usciamo di qui all’alba del giorno e fuori non esiste più nessuno, né città, né esseri umani. Pensa: noi siamo i soli al mondo. Che felicità sarebbe, nessun obbligo all’infuori di vivere. Finché dura la notte è così. (De Luca 2009, pp. 67-68).

 

Il tempo unico e prezioso delle prime ore di vita è tempo di fortificazione, di radicamento in un al di qua che ha spostato il centro gravitazionale (davvero!) del bambino, come oggi racconta il linguaggio della mirabile biologia umana e del microbiota; è tempo di acquisizione di anticorpi che rendono il sistema immunitario più forte mentre prolifera la vegetazione batterica che protegge il corpo. Ma quel tempo è anche tempo di fortificazione interiore, il momento che fonda la base sicura, che costruisce il basamento di fiducia nel mondo e di resilienza del bambino. In altre parole è anche fortificazione rispetto alle aggressioni della società e della cultura, rispetto ai tentativi di violenza che l’assemblea degli uomini tenteranno di opporre alla logica dell’Amore, una logica tuttora sospetta ai più. Maria ne è consapevole:

 

Abituati al deserto, che è di nessuno e dove si sta tra terra e cielo senza l’ombra di un muro, di un recinto. Abituati al bivacco, impara la distanza che protegge dagli uomini. […] Non si fideranno di te, come sei fatto.

Possa tu provare nostalgia di stanotte quando sarai nella loro assemblea, quando ti ascolteranno, possa tu guardare oltre la loro piazza, dove iniziano le piste. (De Luca 2009, p. 68)

 

Questa nostalgia non nasce dalla carenza, che porta alla ricerca permanente, disperata e senza rimedio dell’oggetto d’amore perduto (o meglio, mai avuto), ma nasce dalla spinta propulsiva e generativa del desiderio. È l’augurio che Maria formula al Figlio nei termini di eredità per la società, per il mondo. Quella stessa società che sottrae il figlio alla madre e lo consegna al regno opaco e triste delle leggi, degli obblighi, del destino mondano. Il desiderio trasformativo del mondo può restare nel figlio se, prima di essere dato al mondo, resta nell’abbraccio intimo con la madre per il giusto tempo, durante e dopo la nascita. La lezione di Maria è la stessa della scienza contemporanea ed entrambe sono ancora da realizzare.

 

Riferimenti bibliografici

 

De Luca E. (2009), In nome della madre, Feltrinelli, Milano.

Falcicchio G. (a cura di)(2016), La donna-che-genera. Percorsi di riflessione e ricerca sul nascere, Quintadicopertina, Genova.

Falcicchio G. (2013), Il nascente invisibile: editoria per bambini e industrializzazione della nascita, in Educazione democratica, n. 5, .

Falcicchio G., Zlotnik P., Bortolotti A., Tortorella M. L. (2014), Il primo sguardo. Prime ore di vita, cure prossimali e affettività, Fasi di Luna, Bari.

Jung C. G. (1988/1929), Studi sull’alchimia, in Jung C. G., Opere di C. G. Jung, trad. it., Borighieri, Torino, vol. XIII.

Mosca S. (2016/1989), Il parto: corpo in scena, in Falcicchio G. (a cura di), La donna-che-genera. Percorsi di riflessione e ricerca sul nascere, Quintadicopertina, Genova, pp. 127-135.

Odent M. (2009) Le funzioni degli orgasmi, trad. it., Terra Nuova, Firenze.

Valpiana T. (2016), Cuori capaci di resistere. Dare spazio ai neonati e alle neonate nella nostra società, in Falcicchio G. (a cura di), La donna-che-genera. Percorsi di riflessione e ricerca sul nascere, Quintadicopertina, Genova, pp. 275-302.